Usa, una nuova pagina. Più diversità e inclusione

Il mondo intero ha ancora gli occhi puntati sugli Stati Uniti dopo la cerimonia di insediamento del 46mo presidente Joe Biden e della sua vice Kamala Harris. La vittoria dei democratici e ora l’insediamento della nuova squadra presidenziale alla Casa Bianca è motivo di speranza, non solo negli Usa, salutato come “l’inizio di una nuova era”, “una nuova pagina” mentre molti l’hanno accolto con lo slogan “Welcome back America”, dopo 4 anni di presidenza Trump, per alcuni analisti il peggiore della storia del Paese.

Certamente l’assedio a Capitol Hill, lo scorso 6 gennaio, ha provocato sgomento non solo in patria, facendo sprofondare Washington ed altre città nel caos e nell’incertezza, ma per fortuna, anche grazie ad ingenti dispiegamenti di sicurezza i scenari peggiori sono stati finora scongiurati.

Tra le priorità della presidenza Biden-Harris c’è ovviamente la pandemia di Covid-19 che fa degli Stati Uniti la nazione più colpita al mondo, con finora 25 milioni di contagi e oltre 415 mila decessi. La lotta al suprematismo bianco, quello che ha attaccato il centro del potere democratico, rappresenta senz’altro un’altra sfida impellente oltre alla lotta alle discriminazioni razziali, sotto gli occhi di tutti, denunciate dal movimento Black Lives Matter (BLM) – poi diventato mondiale – dopo la brutale uccisione di George Floyd a Minneapolis lo scorso maggio. Non meno importante la politica migratoria, che Biden ha già promesso di riformare in modo profondo, e la lotta alle disparità sociali ed economiche, che di fatto privano le categorie più povere di accesso alla sanità e ad altri servizi essenziali. Per valutare l’operato del nuovo binomio Biden-Harris saranno determinanti le misure varate nei primi cento giorni, ma già un vento di novità sta soffiando sulla Casa Bianca, a cominciare dalla cerimonia di insediamento, dalle nomine e dalle prime decisioni.

Molto è già stato scritto, pertanto W ALL WOMEN MAGAZINE, in quanto rivista femminile multiculturale che racconta le diversità, si focalizza sugli elementi di novità dell’amministrazione Biden in questi ambiti. In questa elezione il voto delle donne, non solo quello delle periferie, ha avuto un certo peso, oltre al fatto che le protagoniste femminili, seppure su piani diversi, stanno giocando e sono chiamate ad avere un ruolo decisivo.

Senz’altro il primo elemento di novità è l’elezione alla vicepresidenza, per la prima volta nella storia democratica statunitense, di una donna per di più con origini afroasiatiche – padre giamaicano e madre indiana – già nominata “persona dell’anno” dal Time.  Harris, 55 anni, è stata procuratore generale della California prima di ottenere il suo seggio al Senato degli Stati Uniti nel 2016. Nel suo primo intervento dopo l’elezione – in tailleur bianco, il colore delle suffragette – ha reso omaggio a “tutte le donne che hanno lavorato per assicurare e proteggere il diritto di voto per un secolo, 100 anni fa con il 19esimo emendamento, 55 anni fa con il ‘Voting Rights Act’ ed ora nel 2020 con una nuova generazione di donne nel nostro Paese che ha votato e continua la lotta per il fondamentale diritto di votare e di essere ascoltate“.

Kamala Harris da bambina con la mamma Shyamala Gopalan Harris e la sorella Maya

Kamala, sarai la prima a fare un sacco di cose. Ma assicurati di non essere l’ultima”: la frase “the first, not the last” è stata uno dei mantra più ripetuti nella sua ascesa alla Casa Bianca.  Una frase che le viene da sua madre, Shyamala Gopalan Harris, oncologa nata a Mumbai nel 1938 e vero “spirito guida” della scalata al potere della figlia, che ha lasciato orfana nel 2009, deceduta di un cancro al colon. “Penserò a mia madre”, ha detto Kamala Harris alla giornalista di Good Morning America Robin Roberts, che le chiedeva la prima cosa che avrebbe fatto dopo il giuramento. Sui social negli ultimi giorni sono diventati virali gli scatti che ritraggono Kamala Harris con la mamma e la sorella Maya, giurista ed attivista, oltre a quelli con il padre, Donald Harris, economista giamaicano.

Il giuramento della vicepresidente Usa Kamala Harris

Nel giorno dell’insediamento Harris ha giurato nelle mani della giudice della Corte Suprema, Sonia Sotomayor, su due bibbie, una di Regina Shelton, che la vicepresidente considera come una seconda madre, e una del giurista Thurgood Marshal. Harris ha indossato un vestito viola – simbolo di unione, colore che si ottiene mischiando il rosso e il blu della bandiera Usa – firmato dall’importante designer emergente di origini afroamericane Christopher John Rogers e ha usato come accessorio le perle, ormai un tratto distintivo, una collana di Wilfredo Rosado, disegnata da Karla Welch. Significato più profondo del viola, Harris lo avrebbe scelto soprattutto come omaggio a Shirley Chisholm, la prima donna di origini afroamericane eletta al Congresso e la prima candidata nera alla presidenza.

Sempre per rimanere in tema di Inauguration Day, è stata molto commentata l’esibizione di Jennifer Lopez in total white Chanel, che ha cantato “This Land Is Your Land” e “America the Beautiful” e ha poi lanciato un grido a modo di slogan in spagnolo: “Libertà e giustizia per tutti!”.

Ma la più grande sorpresa è stata quella regalata dalla poetessa 22enne Amanda Gorman, che con i versi scritti da lei ha emozionato il mondo intero. Dopo che Jill Biden ha visto una sua lettura alla Library of Congress ha pensato che fosse la persona giusta per scrivere e leggere qualcosa durante la cerimonia di insediamento. Il mese scorso Amanda è stata contattata in videochiamata da un membro dello staff del presidente Biden che le chiede di comporre una poesia per l’Inauguration Day, dandole come unica indicazione il tema da sviluppare: un’America unita.

La poetessa Amanda Gorman

Classe 1998, Amanda è nata a Los Angeles, mamma insegnante, scuola privata a Malibu, cresciuta in un mix culturale, sempre a leggere e scrivere sul suo diario, ma certamente non si sentiva una bambina prodigio, anzi nel parlare aveva grandi difficoltà ed alcuni suoni non riusciva proprio a pronunciarli, creandole grande vergogna. Riesce a trovare la sua ‘voce’ nelle pagine della scrittrice Toni Morrison, che senza saperlo le dà tanto coraggio e da quel momento Amanda ha fatto una promessa a se stessa, ovvero non smettere mai di scrivere, di raccontare le vite delle persone più emarginate. Nel 2017 riceve il titolo di National youth poet laureate (giovane poetessa laureata a livello nazionale), poi arriva all’Università di Harvard dove si laurea con lode in sociologia. Subito dopo aver ricevuto quel delicato incarico Amanda legge e rivede i discorsi di grandi leader americani come Martin Luther King e contatta altri poeti che hanno preso parte a inaugurazioni presidenziali. Ogni giorno ha scritto qualche riga ma poi arriva il terremoto del 6 gennaio e lei rimane sveglia fino a tardi e decide che non vuole tagliare fuori quell’avvenimento dalla sua poesia, intitolata “The hill we climb”.

Per cinque minuti il mondo si ferma ad ascoltarla, incantato dalle parole di una giovane ragazza che parla di sé, delle sue origini legate alla schiavitù afroamericana, di un’America che ha sofferto, ma che sa come risollevarsi grazie all’unità del suo popolo, come un’araba fenice dalle sue ceneri. Il web impazzisce per lei e alcuni suoi versi diventano virali, inseriti in meme che ritraggono Amanda nel suo luminoso capotto giallo e cerchietto rosso Prada: “Quando il giorno arriverà, cammineremo fuori dall’ombra, in fiamme e senza paura. Una nuova alba sboccerà, mentre noi la renderemo libera. Perché c’è sempre luce, se siamo abbastanza coraggiosi da vederla. Se siamo abbastanza coraggiosi da essere noi stessi, luce”.

Ma le protagoniste femminili di questa “nuova pagina” americana sono tante.

Ad affiancare il neo presidente ci sono tante donne e rappresentanti delle diverse minoranze. Nella squadra di Governo costruita da Joe Biden c’è una folta presenza femminile, con 12 nomi, e anche quella delle minoranze, con afroamericani, latini e nativi americani. A Janet Yellen, ex presidente della Federal Reserve, la banca centrale, è affidato il dicastero del tesoro. Anche in questo caso si tratta di una prima per una donna. La 74enne dovrà portare avanti il piano da 1’900 miliardi di dollari proposto dal presidente per rilanciare l’economia. Avril Haines, invece, è la prima donna scelta per guidare la National Intelligence.

Deb Haaland, prima nativa americana alla guida di un ministero

La deputata democratica del New Mexico Deb Haaland è stata nominata all’Interior Department, che ha in capo la tutela e la conservazione delle terre federali e delle risorse naturali. Una scelta storica: Haaland è infatti la prima nativa americana a dirigere un ministero.

Katherine Tai

Katherine Tai, con genitori cinesi e capace di parlare mandarino, dovrà gestire i dossier scottanti e complessi del commercio e della guerra dei dazi avviata da Donald Trump proprio con la Cina.

Rachel Livine

Sottosegretario della Sanità è Rachel Levine, prima persona transgender ad occupare un incarico federale dal Senato. La pediatra era stata nominata nel 2017 dal governatore Tom Wolf segretario alla Sanità della Pennsylvania, dove in questi mesi è stata il volto della risposta dello stato alla pandemia di Covid. Il ruolo di segretario alla difesa va invece al generale in pensione Lloyd Austin, il 67enne afroamericano ex comandante delle truppe in Iraq. Wally Adeyemo, 39 anni, nato in Nigeria e cresciuto a Los Angeles è vice segretario al Tesoro. Dell’équipe creata per contrastare il Covid-19 fa parte la 26enne Osaremen Okolo, anche lei di origine nigeriana, nata e cresciuta in Massachusetts, laureata in medicina ad Harvard.

Altre nomine che dimostrano passi avanti in tema di inclusione e diversità sono quelle dello staff della comunicazione di Biden alla Casa Bianca, costituito da sole donne, ora al vaglio del Senato. Alla sua guida ci sarà Kate Bedingfield, la direttrice della comunicazione della campagna elettorale di Biden, mentre Jen Psaki, portavoce di lunga data del Partito democratico, sarà la sua addetta stampa.

Commesse mettono al sicuro schede votazioni durante attacco a Capitol Hill

Tra le donne che nelle ultime settimane hanno avuto un ruolo cruciale ci sono sicuramente anche loro: le commesse del Senato, che mentre era in corso l’irruzione dei manifestanti pro Trump nell’aula, hanno avuto la prontezza di portare fuori e mettere al sicuro i documenti che certificano il risultato del voto di novembre chiusi in due bauli di mogano intarsiato. In effetti legge federale prevede che i certificati con gli elenchi dei grandi elettori di ogni Stato – ufficializzati il 14 dicembre – vengano consegnati al Congresso dentro due bauli di mogano larghi mezzo metro e alti trenta, e dotati di cinture di pelle per facilitarne il trasporto. Quando è arrivato l’ordine di evacuare immediatamente l’aula, le quattro persone dello staff del Senato hanno raccolto tutti i plichi contenenti gli elenchi dei certificati di ogni Stato, li hanno chiusi dentro i bauli e portati fuori dall’aula. La foto scattata da Olivier Douliery dell’agenzia Getty, è passata inosservata nelle prime ore degli scontri, ma poi è diventata virale su media e social: documenta il momento in cui il processo democratico di nomina del presidente degli Stati Uniti è stato, probabilmente, salvato. E con esso la possibilità di scrivere una nuova pagina democratica della storia del Paese e dei suoi rapporti con il resto del mondo, all’insegna della collaborazione, del rispetto dell’ambiente e delle diversità. Noi di W ALL WOMEN MAGAZINE lo auspichiamo davvero.

di Véronique Viriglio

Photo Credit: © Keystone, Facebook. In copertina vignetta Mauro Biani, Facebook