Universities Network for Children in Armed Conflict, a tutela dei minori in conflitto armato

Dei 26,4 milioni di rifugiati nel mondo, circa la metà sono minori, come confermano gli ultimi dati diffusi dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR).

Pur nella drammatica realtà di tutto quel che comporta sostenere il fenomeno dell’emigrazione per i minori, i piccoli rifugiati possono considerarsi i più fortunati rispetto a quei bambini che tutt’oggi non hanno una via di fuga dal proprio Paese di origine. Un Paese che può essere dilaniato da una guerra voluta dai grandi.

Nell’attuale contesto aggravato di pandemia da Covid-19, cosa ne è allora dei minori che sono vittime dei conflitti armati, di quelle giovani anime che restano preda di abusi e violenze, subiti in forma diretta e indiretta nei diversi Paesi del mondo?

Secondo i dati forniti dalla Rappresentante speciale del Segretario Generale ONU per i bambini nei conflitti armati, solo nel 2019 sono stati oltre 730 i casi di violenza sessuale su minori; 7.747 bambini sono stati reclutati e utilizzati dalle parti in conflitto; 10.173 minori sono deceduti, e più di 1.600 bambini sono stati accertati come rapiti.

Per la maggior parte di questi bambini, il diritto alla scolarizzazione resta negato, nei Paesi colpiti dai conflitti. Anche l’accesso ad una scuola sicura non è sempre garantito per migliaia di bambini. Secondo recenti stime, tra il 2015 e il 2019 ci sono state almeno 11.000 segnalazioni di attacchi a studenti, insegnanti, scuole e università o di uso militare di strutture educative; uno dei Paesi in cui sono maggiormente bersagliati è la Nigeria.

A qualche giorno dalla Giornata Mondiale del Rifugiato, celebrata il 20 giugno – indetta dalle Nazioni Unite per ricordare l’Approvazione della Convenzione sullo status dei rifugiati dall’Assemblea Generale dell’ONU del 1951 – abbiamo voluto approfondire con la Dr.ssa Giovanna Gnerre, Membro del Comitato Organizzativo dell’Universities Network for Children in Armed Conflict (UNETCHAC), come sia possibile concorrere alla protezione di questi bambini.

L’Universities Network rappresenta la Prima Rete Universitaria Internazionale che lavora con oltre 40 Università e Istituti di ricerca italiani ed esteri per proteggere i bambini nei conflitti armati, con il supporto del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale in Italia.

Dr.ssa Gnerre, cosa fare per salvare un bambino che vive una situazione di conflitto armato?

I dati contenuti nell’ultimo Rapporto Annuale del Segretario Generale delle Nazioni Unite su Bambini e Conflitti Armati, reso pubblico pochi giorni fa, mettono in evidenza una situazione che continua ad essere davvero allarmante; dati che purtroppo non sembrano essere molto diversi dai quelli diffusi nel rapporto precedente e che evidenziano i numeri relativi alle gravi violazioni del diritto internazionale perpetrate ai danni di soggetti particolarmente vulnerabili quali sono i bambini: uccisione e mutilazione, reclutamento o impiego di bambini come soldati; violenza sessuale, rapimento di bambini, attacchi contro scuole o ospedali, negazione dell’accesso umanitario. Sono oltre 26.000 gravi violazioni verificate dalle Nazioni Unite nel 2020 (si escludono quindi da questi numeri tutte quelle violazioni che non sono state verificate o non verificabili). Nonostante siano consistenti gli sforzi attuati a più livelli per proteggere con effettività i minori coinvolti in conflitto armato, attraverso azioni di monitoraggio, verifica e prevenzione, questi numeri rimangono ancora molto alti. Inoltre, la pandemia di COVID-19 ha certamente avuto un impatto negativo sulla capacità di monitorare e verificare con continuità le gravi violazioni contro i bambini nei conflitti armati.

Ad ogni modo, rafforzare la protezione dei bambini in conflitto armato, raccogliere informazioni e prevenire le gravi violazioni sono alla base del mandato del Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite su Bambini e Conflitti Armati che, insieme al suo Ufficio, porta avanti un lavoro di grande rilievo per quanto riguarda non solo il monitoraggio e la verifica di specifiche situazioni ma anche la difesa e la reintegrazione di questi bambini.

La diffusione dei dati disponibili (forniti dalle Nazioni Unite e da organizzazioni specializzate) e una maggiore e generale consapevolezza di situazioni specifiche, facilitata anche dai mezzi di comunicazione, rappresentano senza dubbio due elementi essenziali affinché si rafforzino sempre di più forme di cooperazione tra gli attori impegnati nella protezione dei bambini e con il sostegno della società civile e si adottino misure sempre più concrete a difesa di questi bambini coinvolti direttamente e indirettamente in conflitto armato.

In cosa consiste nello specifico il lavoro del Network?

L’Universities Network for Children in Armed Conflict è una rete internazionale della quale sono attualmente parte oltre 40 università e centri di ricerca provenienti da diversi paesi dell’Unione Europea, dell’area balcanica, dell’Africa, dell’America del Nord, dell’America Latina e del Medio Oriente, uniti dall’obiettivo comune di proteggere i bambini vittime di conflitto. Alla base di questo importante progetto, lanciato nel novembre del 2020 e sostenuto sin dall’inizio dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), vi è la convinzione che le università e i centri di ricerca, con il loro impegno costante e continuativo nella formazione e nella diffusione di conoscenza, possano contribuire concretamente al lavoro che istituzioni e organismi nazionali e internazionali portano avanti per trovare soluzioni sempre più effettive nell’affrontare il dramma dei bambini coinvolti nei conflitti armati.

L’iniziativa di lancio del Network, la prima di una serie di altre iniziative promosse sino ad oggi, è stata quella di organizzare, proprio a novembre scorso, la prima Settimana accademica internazionale dedicata alla protezione delle bambine nei conflitti armati. Una settimana che ha visto lo svolgimento di attività didattiche, seminari ed eventi per dare il via al dialogo tra e nelle università aderenti alla Rete ma soprattutto per sensibilizzare gli studenti e la società civile su questo tema sempre così attuale. Per quest’anno è in programma l’organizzazione di una seconda Settimana Accademica internazionale che vedrà il coinvolgimento di rappresentanti della comunità accademica ma anche di istituzioni e organizzazioni internazionali impegnate nella tutela dei bambini. 

Il lavoro dell’Universities Network consiste quindi nella promozione di uno dialogo costante, lavorando sulla ricerca, formando e sensibilizzando i giovani, che sono il nostro futuro, e proponendo azioni pratiche che possano contribuire ad individuare le misure più idonee a garantire la protezione dei bambini coinvolti in conflitti armati e anche a prevenire le violazioni di cui sono vittime. E tra gli obiettivi del Network, che fonda il proprio lavoro su un approccio pragmatico e multidisciplinare, vi è quello di dare valore a tale contributo.

Quali sono i Paesi con cui lavorate, dove gli abusi e le violenze ai bambini sono all’ordine del giorno?

Il Network è impegnato a sensibilizzare sul tema dei bambini vittime di conflitto. E per farlo ha sviluppato, e sta sviluppando, una serie di iniziative (attività di ricerca, di formazione e seminari) anche in aree colpite da conflitti armati considerando che alcune università aderenti alla Rete provengono proprio da zone di conflitto. Il lavoro del Network ha una portata trasversale: le iniziative che si sono già svolte e quelle che sono in programma hanno l’obiettivo di affrontare il tema dei bambini vittime di conflitto non solo attraverso una analisi teorica sulla normativa e sui diritti, elemento imprescindibile per una corretta analisi di quanto si possa e si debba fare per la loro protezione e per la prevenzione delle violazioni, ma anche con un approccio pratico su diversi temi e che evidenzi il lavoro portato avanti sul campo dagli attori coinvolti. Rappresentanti istituzionali, di università, di organizzazioni internazionali e della società civile hanno preso parte ad una serie di conferenze e seminari che abbiamo sino ad ora organizzato o contribuito ad organizzare su temi diversi: dalle misure preventive per contrastare la violenza sui bambini nei conflitti armati (tematica affrontata nel corso di una conferenza organizzata lo scorso 27 marzo in collaborazione con l’Università irachena di Kufa, membro della Rete), al ruolo del sistema della giustizia penale internazionale nel contrastare la violenza contro le bambine nei conflitti armati (conferenza organizzata in ambito Nazioni Unite il 17 marzo in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e di altre importanti istituzioni) e la tutela del diritto all’istruzione e sicurezza delle scuole per i bambini colpiti da conflitto (conferenza organizzata lo scorso 9 marzo nell’ambito della sessione annuale del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, sempre in collaborazione con il MAECI). Con l’obiettivo di valorizzare il contributo di chi opera e vive sul campo il dramma dei bambini vittime di conflitto armato, il Network è impegnato ad organizzare altre e numerose attività che si svolgeranno nel corso di quest’anno, alcune delle quali in collaborazione con università che si trovano in zone di conflitto.

Cosa manca a suo avviso a livello giuridico e civile per proteggere questi bambini?

Sia il diritto internazionale dei diritti umani che il diritto umanitario hanno in comune il fine della protezione dei bambini anche quando sono coinvolti in conflitti armati. La normativa internazionale quindi presenta una serie di disposizioni che regolano la loro tutela in tempo di pace e in tempo di guerra considerando che i bambini debbono essere comunque sempre protetti e il loro interesse superiore tenuto sempre in primaria considerazione. La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del Fanciullo è stata adottata nel 1989 e la ratifica da parte di 196 Stati rende questa convenzione lo strumento normativo internazionale in materia di diritti umani con il maggior numero di ratifiche. Gli Stati, con la ratifica ed esecuzione, si impegnano a rispettare i diritti contenuti in questo strumento normativo “a garantirli a ogni fanciullo che dipende dalla loro giurisdizione, senza distinzione di sorta e a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza” (così recita il secondo articolo delle Convenzione).

Vi sono poi altri strumenti adottati a livello internazionale e regionale che specificano alcuni diritti da tutelare e promuovere. Esiste quindi un corpus di norme ben definite per la tutela dei minori anche nel caso di un coinvolgimento diretto e indiretto in conflitti armati: le norme di diritto umanitario, il diritto da applicare in caso di conflitti, fanno riferimento ai bambini come soggetti di tutela.  Importante è altresì l’impegno da parte di organizzazioni internazionali e della società civile – molte delle quali lavorano in zone di conflitto – nell’individuazione di forme di protezione effettive, che tengano conto di quelle che sono le situazioni sul campo.

Ci troviamo di fronte quindi ad un sistema di tutela articolato che consentirebbe di poter fare progressi più evidenti e concreti. I conflitti, tuttavia, continuano in diverse aree del nostro pianeta e molti di questi purtroppo non sono così conosciuti. La ragione di ciò si può rintracciare, per esempio, nel fatto che si tratti di conflitti che si sviluppano all’interno di un determinato Stato, con il coinvolgimento spesso di attori e gruppi armati non statali e con un profilo non internazionale, oppure in aree che non sono al centro di una particolare attenzione mediatica e comunicativa. Sono decine i conflitti “dimenticati” che si protraggono da tempo in diversi paesi e in diversi continenti. Per ricordarne due: la Repubblica Democratica del Congo straziata da una guerra civile endemica che si protrae da decenni e lo Yemen, uno dei paesi più poveri del mondo arabo, devastato da una guerra in corso da oramai sei anni che si è generata da una condizione già fragile del paese con guerre civili, frammentazioni tribali e contrapposizioni tra esercito governativo e milizie interne. In tutti questi casi i bambini sono delle vittime dirette e indirette, usati e violati.

La conoscenza ma soprattutto la presa di coscienza dell’esistenza di una multiformità di situazioni e di circostanze diverse e spesso stratificate si rivela quindi una componente essenziale nell’affrontare questo tema cercando di porre delle basi solide su cui costruire un futuro diverso. Il Network si è posto anche questo obiettivo ossia quello di trattare la questione dei bambini coinvolti nei conflitti armati mettendo al primo posto l’interesse superiore del minore, principio cardine del diritto internazionale e nella protezione di tutti i bambini, ovunque essi si trovino.

Che peso ha la ricerca nel sistema dell’accoglienza dei minori?

La ricerca, l’analisi delle misure da attuare e la conoscenza degli strumenti giuridici e umanitari esistenti è fondamentale anche nelle tematiche migratorie, nel caso della accoglienza di minori, in particolare quando si tratta di bambini e adolescenti che fuggono da situazioni di conflitto o che da tali situazioni sono stati tratti in salvo. La fuga da un conflitto armato e dalla violazione dei propri diritti sono spesso le ragioni principali che spingono un minore a lasciare il proprio paese e ad intraprendere un viaggio pericoloso nella ricerca di un futuro diverso, migliore. Penso per esempio a tutti quei bambini che si trovano oggi in sistemi di accoglienza per rifugiati e che oltre alla vulnerabilità insita nel loro essere minori, sono resi ancora più vulnerabili dall’essere migranti molte volte soli, senza figure genitoriali o familiari di riferimento e quindi facili prede di traffico di esseri umani e di violenza. Molti di loro purtroppo diventano bambini invisibili al sistema di protezione.

Quali sono le attività che sostenete e a chi si rivolgono?

L’Universities Network è impegnata nell’organizzazione di una serie di attività e iniziative che seguono ad altre e numerose che si sono svolte sin da novembre scorso. L’impegno è multiforme e si fonda sul presupposto che solo un approccio corale e multidisciplinare da parte della comunità accademica può condurre a dei risultati che coinvolgano e si rivolgano a diversi target groups e destinatari. La Rete sta lavorando all’organizzazione di: una Autumn School, un corso intensivo internazionale di due settimane sul bambini e conflitto armato con una specifica attenzione per la questione di genere alla luce anche dell’importante risoluzione 1325 – Donne, Pace e Sicurezza – adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2000 (questo progetto è stato co-finanziato dal Ministero degli Affari Esteri); alcune conferenze su temi specifici e che seguono le conferenze già organizzate e ricordate in precedenza; un ciclo di lectures mensili che vedrà il coinvolgimento dei rappresentanti delle università e centri di ricerca aderenti alla Rete insieme a rappresentanti di istituzioni e organizzazioni internazionali sulle diverse tematiche relative alla agenda su bambini in conflitto armato; la Seconda Settimana Accademica sui Bambini nei Conflitti Armati 2021. Stiamo anche lavorando alla partecipazione del Network alla prossima conferenza internazionale sulla Dichiarazione sulle Scuole Sicure che si terrà ad ottobre in Nigeria. Queste sono solo alcune delle iniziative in programma che si uniscono ad una attività costante di ricerca e di redazione di rapporti tematici. 

Come si può avvicinare gli studenti a un tema così delicato come quello dei minori rifugiati e dei minori in conflitto armato?

Il fatto che l’Universities Network for Children in Armed Conflict veda la partecipazione di università e centri di ricerca mette in luce uno degli obiettivi della Rete ossia quello di un auspicato e sempre più consistente coinvolgimento di studenti, di una sempre maggiore diffusione delle tematiche inerenti alla protezione dei bambini in conflitto armato anche tra i giovani e che questi ultimi possano prendere parte attiva alle iniziative promosse. Tra queste la già citata Autumn School che ha come destinatari gli studenti i quali saranno incoraggiati a proporre, nel corso delle due settimane di attività, delle azioni concrete che possano sostenere quanto già in essere in materia di protezione di minori in conflitto armato e che saranno promosse dalla Rete nell’ambito della proprie attività. I docenti e i relatori che prenderanno parte alla Autumn School saranno non solo rappresentanti di tutte le università aderenti alla Rete ma anche rappresentanti di organizzazioni internazionali e di istituzioni affinché si possano trattare le principali tematiche relative alla agenda dei bambini in conflitto armato anche con la testimonianza di coloro che vivono e operano sul campo. In questo modo i partecipanti al corso potranno approfondire sia gli aspetti teorici che quelli pratici legati a tale agenda. Tra i temi che saranno affrontati non può certamente mancare quello relativo alle forme di protezione di minori migranti che possono al contempo essere rifugiati e vittime di conflitti armati.

Avete in cantiere qualche progetto rivolto ai rifugiati?

L’Universities Network ha l’obiettivo di contribuire all’attuazione dell’agenda su bambini in conflitto armato promossa in particolare dalle Nazioni Unite e dall’Ufficio della Rappresentante Speciale su Bambini e Conflitti Armati. Chiaramente ciò significa anche porre attenzione su tematiche migratorie e in particolare sulla chiara connessione tra conflitto armato, spostamento forzato e asilo che motivi la fuga di minori dai loro paesi di origine, minori che, come detto in precedenza, sono spesso soli nel compiere un viaggio che li pone in una condizione di ancora più evidente vulnerabilità.

Cosa si auspica per il futuro del Network?  

Alla base del lavoro e delle iniziative che sono state e saranno promosse dall’Universities Network vi è l’auspicio che la comunità accademica internazionale, unita da uno scopo comune, che è quello di proteggere i bambini in situazioni di conflitto armato ma anche quello di prevenire che le violazioni nei loro confronti vengano commesse, possa certamente continuare a dare un contributo sostanziale all’individuazione di linee guida, nell’attuazione di proposte e piani di azione da sviluppare sul campo e nella formazione. L’impegno è quello di poter essere un “moltiplicatore di forza” per la comunità internazionale, come ha auspicato la Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per i bambini e conflitti armati, Virginia Gamba, che sin dal principio ha accolto molto positivamente l’istituzione della Rete.

Photo Credit: Giovanna Gnerre (in copertina) – UNHCR

Di Elena Rossi – Scrittrice e Giornalista pubblicista. Ha lavorato per attività di comunicazione e ufficio stampa presso redazioni, istituti, università, associazione e centri di ricerca internazionali. Con il suo primo libro “Onda e altri racconti” è vincitrice del Premio Franco Cuomo International Award al Senato della Repubblica (2018). Oggi, cura le attività di Comunicazione per l’Universities Network for Children in Armed Conflict.