Stalking: come difendersi?

Intervista all’avvocato Nicky Persico

In questi ultimi mesi si continuano a sentire notizie inquietanti a proposito del problema stalking. Le violenze non sembrano cessare e gli episodi che culminano con l’uccisione di donne sono ancora frequentissimi. Dal report Istat sulla criminalità in Italia, emerge che nel 2020, l’anno della pandemia, la situazione si è ulteriormente aggravata, i femminicidi sono aumentati e hanno raggiunto 50% del totale degli omicidi. Eppure sono anni che si parla di questo grave problema, ma non sembrano essersi fatti grandi passi avanti per arginarlo e trovare soluzioni efficaci. Sono tanti i quesiti che si affollano nella mente, e uno soprattutto: come ci si può difendere da queste situazioni? W ALL WOMEN MAGAZINE ha posto questa ed altre domande a Nicky Persico, avvocato e scrittore del libro “Ragazze contro – Spaghetti Paradiso”, che ha lo stalking come tema portante e che ha vinto numerosi premi letterari, nonché giornalista pubblicista che ha scritto su diverse testate quali “Il messaggero”, “La gazzetta del mezzogiorno” ed altre. Ha anche promosso, nel 2013, l’adozione di una legge, insieme a Lara Cardella, che rivedesse alcuni aspetti della prevenzione in materia di stalking.

Avvocato Nicky Persico

La prima domanda è: si può riconoscere un rapporto ‘malato’ prima che diventi un problema grave?

“A mio avviso è necessario, per poterci riuscire, avere cognizione del contesto relazionale in cui si sviluppa lo stalking. Occorre innanzitutto prendere atto che esistono delle codificazioni abbastanza definite, per gli stalker, almeno nella generalità dei loro comportamenti. Studi circostanziati e approfonditi di professioniste come ad esempio Isabelle Nazare Aga o Marie-France Hirigoyen, che hanno raccolto in numerosi libri le loro analisi, consentono di comprenderne i meccanismi, e il quadro delle logiche in cui si dipana la manipolazione: questo è un termine che a mio avviso rende meglio l’idea del fenomeno cui siamo di fronte. E in questi studi, soprattutto, vengono anche ben delineate le caratteristiche delle vittime: le leve psicologiche sulle quali certi fenomeni sono sostanzialmente basati. Naturalmente non tutti i casi sono identici, ma molte delle dinamiche sono comuni, e presenti in diverse combinazioni tra loro. Ora: questo passo di comprensione è tutt’altro che superfluo. Conoscerne meglio le dinamiche, infatti, aiuta moltissimo chi dovesse avere – o dubitare di avere – questo problema, ad orientarsi. E, nel caso, a difendersi. Come è intuibile, la questione è alquanto complessa, ed è difficile dare risposte troppo sintetiche senza correre il rischio che siano inefficaci. Tuttavia, provando a riassumere, posso definire la manipolazione come un dolce abbraccio mortale. All’inizio il manipolatore riesce perfettamente a ‘leggere’ le esigenze emotive della persona che approccia, e a fare tutto quello che occorre per soddisfarle. Qui, va evidenziato, esiste la prima combinazione di un fattore che deve essere presente: la predisposizione psicologica della persona approcciata. Più grandi saranno i suoi bisogni emotivi, più grandi saranno le sue intime fragilità, tanto più sarà esposta. La prima fase di questi rapporti – ripeto, a grandi linee – è contraddistinta da un intenso appagamento della persona approcciata, che giunge a convincersi di aver incontrato qualcuno che incarna in qualche modo i propri sogni. Ma pian piano, nel tempo, questa sensazione inizia a farsi più labile, e – in un modo tanto impercettibile da rendere difficoltosa una reale consapevolezza – viene sostituita da emozioni opposte: inquietudine, diminuzione dell’autostima, dipendenza affettiva. Malessere, in una parola. Ecco, a questo punto lo scenario – paradossalmente sembrando uguale – è cambiato. La persona approcciata, che possiamo iniziare a chiamare ‘vittima’, è confusa, disorientata. Per un certo periodo fatica a capacitarsi di quel che sta accadendo, e ormai ha come interlocutore emotivo proprio chi è invece diventato qualcun altro: e la vittima gli si rivolge, istintivamente, per essere aiutata. Ma, con tecniche diverse, il manipolatore fa sì che le cose peggiorino ulteriormente. Ad esempio con la negazione: ogni tentativo di confrontarsi si scontra con un muro dialogico: se la vittima prova a muovere istanze, o lamenta il proprio malessere, questo viene negato, o addirittura addebitato alla vittima stessa. In nessun caso gli addebiti mossi al partner troveranno accoglimento, ma si riceverà in cambio insofferenza, frasi come ‘non è vero, quel che dici’, fino a negare letteralmente l’evidenza, ovvero con discussioni estenuanti che ‘inspiegabilmente’ non arrivano mai al punto e dalle quali la vittima esce sempre sfiancata e sfiduciata, sentendosi peggio di prima. E poi atteggiamenti ‘punitivi’, come il silenzio reiterato, o comportamenti che – ormai il manipolatore li avrà ben appresi e li sceglierà con cura – infliggono dolore emotivo alla vittima. Fino al punto in cui lo stesso pensiero di reagire, o pensare di mettere il manipolatore di fronte alle sue azioni che causano sofferenza, sarà ‘bloccato’ per paura delle ormai usuali ‘ritorsioni’. Un vero muro di gomma. Insomma, in questa fase l’incanto è ormai svanito, e i nastri dorati del principio idilliaco si sono trasformati in una prigione emotiva. È fatta così, grosso modo, quella ‘gabbia’ che viene rappresentata negli spot contro lo stalking: una campana costruita giorno dopo giorno, trasparente – invisibile all’esterno e fino ad un certo momento anche alla stessa vittima – che la fa sembrare esternamente apparentemente identica a prima, mentre in realtà non riesce più quasi a muoversi. Sola, anche in mezzo alla folla. Questo passaggio ha durata molto variabile, e termina con la presa di coscienza. Perché i meccanismi istintivi, o altri eventi, inevitabilmente fanno sì che la vittima, prima o poi, inizi a capire e a far luce nel proprio animo. A questo punto, quando il manipolatore si rende conto che tutti i metodi usati fino a quel momento hanno perso di efficacia, avverte che la vittima sta iniziando ad uscire dal proprio controllo. Sempre parlando in termini generali, il manipolatore adotta a questo punto altre strategie, ma questa volta basate sulla imposizione, sulla coercizione: molto spesso fisica, o comunque con qualsiasi mezzo gli consenta di pensare di riprendere il controllo. Cosa che, ovviamente, non potrà accadere perché la vittima si sottrae, e questa è l’area di conflittualità crescente in cui si affacciano le ipotesi maggiormente pericolose: l’escalation può essere imprevedibile.”

Quindi lei cosa suggerirebbe, alla vittima?

“In linea di massima vale il principio che queste situazioni prima le si riconosce meglio è, ovviamente. Ma per farlo bisogna averne consapevolezza, averne letto o essere un pochino informati. Anche perché spesso la vittima avverte come se queste cose stiano capitando solo a lei, e invece sapere che sono diffuse può accelerare il percorso di consapevolezza e quindi l’adozione di strategie di uscita, che saranno diverse a seconda della situazione. E’ importante, soprattutto, riuscire a riconoscere i segnali in tempo, prima che – come purtroppo spesso accade – si giunga a conseguenze irreversibili e tragiche.”

Ci sono consigli pratici che si possono dare a chi si sente in pericolo, o invischiato in una situazione già molto compromessa, dato che molto spesso si legge che le vittime hanno paura a denunciare?

“Il primo consiglio che posso dare è rompere il muro del silenzio. Iniziare a confidarsi con qualcuno ed evitare di tenersi tutto dentro come spesso accade. E’ comunque un primo passo importante per uscire dall’isolamento, e far defluire la pressione psicologica acquisendo via via più coraggio. Un ulteriore consiglio è di rivolgersi a professionisti, come centri antiviolenza, avvocati, forze di polizia, psicologi: oggi esistono molte sezioni specializzate, in grado di gestire le situazioni con le necessarie competenze e tutele. La paura si vince con la gradualità, comunque. Anche la normativa, in ogni caso, ha fatto molti passi avanti. Certo, ha bisogno di essere migliorata: ma si può avere maggior fiducia, rispetto al passato.”

Che consiglio darebbe a chi dovesse venire a conoscenza di queste problematiche in relazione a persone che conosce?

“Ritengo importante non minimizzare, innanzitutto, e non voltare la testa dall’altra parte: mai. La vittima, soprattutto all’inizio del percorso di reazione, parla con qualcuno con molta difficoltà. E’ importante farla sentire accolta, ascoltata, e mai giudicata. Bisogna comprendere il suo stato emotivo, estremamente fragile, che può tradursi in esposizioni confuse, e in comportamenti contraddittori. Tipico, come emerge dalle notizie, è l’atteggiamento che le spinge a subire senza ribellarsi, o addirittura a ‘difendere’ il proprio carnefice ritirando ‘inspiegabilmente’ le querele: non bisogna fare l’errore di trascurare lo stato di soggezione, spesso vero e proprio terrore, in cui le vittime si trovano. Questo sovente le porta a comportamenti che possono farle apparire poco credibili, ma è un inganno. E’ solo paura, talvolta mista ad una speranza – purtroppo impossibile – che la situazione si possa risolvere autonomamente. Occorre pazienza, nel raccogliere i loro racconti: spesso in quello stesso momento ne stanno prendendo coscienza loro stesse. E soprattutto non chiudere mai la porta del dialogo: far sapere loro che quando vogliono possono tornare, e confidarsi. Poi, aggiungo, vanno incoraggiate e sostenute alla reazione: magari assistendole nella ricerca di un interlocutore qualificato. Insomma, essere per loro una mano tesa: non farle più sentire sole.”

Secondo lei, un giorno questo triste fenomeno sarà debellato?

“Io me lo auguro da molti anni, ma purtroppo i numeri non depongono a favore di una reale decrescita di questi fenomeni. Tuttavia sono ottimista: con l’impegno di tutti, forse un giorno queste cose saranno solo un lontano, brutto ricordo.”

Ho letto molte testimonianze, in relazione al suo libro: vittime che si sono sentite comprese e incoraggiate, soprattutto. E’ stato anche ripubblicato recentemente. Oltre al successo riscontrato come romanzo in sé, che lo ha reso di piacevole lettura indipendentemente dal tema, qual è la formula che lo rende così efficace?

“Ho cercato di raccontare i percorsi e le dinamiche della manipolazione e della violenza senza esaltarne troppo gli aspetti, ma mettendo piuttosto l’accento su una ottica diagnostica e incoraggiante, stemperando molto la tensione con l’uso dell’ironia e di personaggi dotati di un animo buono: semplici quotidiani eroi, perché per fortuna ce ne sono tanti. Vincere la paura, è il messaggio narrativo principale, unitamente alla comprensione dei meccanismi. Le vittime hanno una prioritaria necessità: recuperare fiducia in loro stesse, ricostruirsi, rivedersi per quel che sono: belle persone cadute in una trappola vischiosa e cupa ma non invincibile come a loro riesce subdolamente ad apparire. Al contempo, le persone a loro vicine, non interessate dal problema, possono apprendere, incidentalmente, cose che consentiranno loro di essere più efficaci nell’aiuto. Ho voluto questo romanzo fosse portatore di un raggio di luce, che da solo è sufficiente a iniziare uno squarcio nel buio. Per poi poter ricominciare – questa è la mia speranza – a rivedere il cielo.”

Intervista di Marina Iuvara

Mamma, designer creativa, scrittrice, viaggiatrice. Viaggia incessantemente da oltre 25 anni, sempre attratta e appassionata di luoghi, culture, mentalità e tradizioni di Paesi diversi dal suo, ama scoprire posti sempre nuovi e lontani. Ha un grande amore per la pittura, nei suoi quadri traduce le emozioni in forma visiva, introducendo una prospettiva intrisa di sinergia comunicativa e innovazione. Nel suo percorso da scrittrice ha ottenuto grande notorietà con il libro “Vita da hostess”, tradotto in varie lingue.