Siria, donne protagoniste del cambiamento

Ogni mattina sui suoi profili social Wafa Moustafa, attivista e giornalista siriana in esilio a Berlino, aggiorna la conta dei giorni che il padre Alì sta scontando in una prigione governativa siriana per reati di opinione. Il giorno di San Valentino, pubblicando una vecchia foto di famiglia e dedicandogli una canzone che ama, Wafa ha scritto “2785 giorni”. Più di sette anni, un periodo di tempo lunghissimo che ha sconvolto e cambiato per sempre la vita della giovane. Wafa ha reagito al dolore impegnandosi nell’attivismo per i diritti umani e diventando membro di spicco di Families for Freedom, un’associazione presieduta da Amina Khoulani, attivista in esilio a Londra, che unisce i familiari di detenute e detenuti siriani arrestati arbitrariamente dal governo di Damasco. Proprio per il suo impegno Wafa è stata ascoltata anche dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu lo scorso luglio, cercando di rompere il muro del silenzio che avvolge la Siria.

Wafa Moustafa

È un silenzio che pesa, pieno di incognite, di paure, di drammi e ingiustizie quello che è sceso sul Paese mediorientale. I bombardamenti che per dieci anni non si sono mai fermati, anche se al momento sono concentrati solo su poche località, hanno provocato, secondo l’Onu, oltre mezzo milione di vittime, 6,5 milioni di profughi e altrettanti sfollati interni. Le armi hanno inoltre distrutto buona parte del Paese, senza risparmiare abitazioni, ospedali, scuole, luoghi di culto, siti archeologici. Ad eccezione della città di Damasco, rimasta pressoché illesa, ma la cui periferia è stata rasa al suolo, tutte le altre città siriane hanno cambiato volto. Sono diventate cumuli di macerie e distese di cimiteri e fosse comuni, con una conseguente emergenza umanitaria senza precedenti. Ci vorranno tempo e ingenti risorse economiche per ricostruire la Siria, ma non bisogna dimenticare che è prioritario partire dalla ricostruzione della società siriana, quel mosaico di etnie, culture e religioni da sempre considerato un modello. La repressione, la guerra, il settarismo hanno provocato ferite profonde che sarà difficile sanare.

Sono soprattutto le donne a promuovere iniziative di dialogo e incontro tra le diverse comunità, perché proprio le donne hanno pagato il prezzo più alto in questa guerra. Hanno subito bombardamenti e attentati come tutto il resto della popolazione, ma contro di loro è stata usata anche l’arma della violenza di genere. Subire uno stupro, diventare schiave sessuali in un contesto di guerra, dove nessuno raccoglie una denuncia e non ci sono strutture di sostegno, significa portare per sempre quelle ferite, con la consapevolezza che sarà quasi impossibile ottenere giustizia. Non bisogna dimenticare, inoltre, che in Medio Oriente c’è ancora una mentalità patriarcale e che spesso le vittime si tengono nel cuore questa croce per timore dello stigma sociale. Al tema dello stupro come arma di guerra l’Alto commissariato Onu per i diritti umani aveva dedicato un report nel 2018, intitolato “I lost my dignity”.

Hanadi Zahloul

È anche per queste donne che le attiviste e gli attivisti lavorano con coraggio, dentro e fuori la Siria. Come Hanadi Zahloul, scrittrice e attivista impegnata per la giustizia sociale, che per anni ha firmato libri e articoli con uno pseudonimo, proprio per tutelarsi. Ha pubblicato numerosi studi sulla discriminazione nella Costituzione siriana, nel Codice penale e nella legge sullo status personale. Purtroppo, è stata scoperta e arrestata, ha subito l’isolamento e le torture e una volta rilasciata, è stata costretta all’esilio, senza mai rinunciare al suo impegno. Ha scritto una biografia “To my daughter”, esortando le giovani donne siriane a non rinunciare mai all’impegno per la difesa dei propri diritti. La dottoressa Amani Ballour, dal canto suo, ha difeso il diritto alla cura dei civili siriani dirigendo un ospedale sotterraneo a Ghouta. Al lavoro della giovane pediatra, oggi in condizione di esilio, è stato dedicato il documentario “The cave”, vincitore di due Emmy Award e candidato agli Oscar 2020. In quel nosocomio Amani ha lottato per salvare vite umane sotto i massicci bombardamenti, ma anche per sradicare una mentalità maschilista che spesso non accettava di vedere una donna a capo di una struttura ospedaliera.

Documentario “For Sama”, candidato agli Oscar 2020

Un altro documentario sulla Siria che è stato candidato agli Oscar nel 2020 è “For Sama” della giornalista e regista Waad al Kateab. La giovane donna, che ha documentato i bombardamenti sugli ospedali di Aleppo, è stata insignita per il suo coraggio con numerosi titoli e premi internazionali. Il suo nome è stato inserito, della rivista Time, tra le persone più influenti del 2020, insieme al fotografo forense siriano ribattezzato Caesar, che ha documentato le torture e le uccisioni nelle carceri siriane. Dieci anni di guerra hanno rubato i sogni e la serenità dei civili siriani, ma non la loro voglia di vivere. Le donne siriane stanno dando una dimostrazione di dignità e coraggio che fa sperare, che fa ancora credere che sotto la polvere nera della guerra, ci siano comunque fiori resilienti pronti a sbocciare.

di Asmae Dachan

Giornalista freelance, scrittrice e fotografa. Collabora con Avvenire, Altreconomia, Vita non profit. Si occupa soprattutto di Medio Oriente, diritti umani, parità di genere, migrazioni, lavoro, ma anche arte e letteratura.

Foto copertina: “For Sama”, scatto dal set