RAHMA NUR

Photo credit: RAHMA NUR

Sono nata a Mogadiscio (Somalia) da genitori somali – arrivati in Italia molto giovani, mia madre aveva 23 anni – e vivo in Italia da quando ho cinque anni. Sono vissuta principalmente a Roma, ma da diversi anni vivo in provincia, a Pomezia, dove lavoro in una scuola primaria statale. Ho frequentato tutte le scuole in Italia, dalle elementari all’università – facoltà di Lingue e letterature straniere – e solo dopo aver ottenuto la cittadinanza italiana, ho potuto partecipare al concorso per l’abilitazione all’insegnamento nel 1990 e nel 1992 sono entrata di ruolo nella stessa scuola dove ancora insegno. Ho sempre scritto poesie, diari personali fin dall’adolescenza. La poesia mi ha aiutato ad esprimere i miei pensieri, i miei dolori, la mia solitudine e difficoltà ad esprimere oralmente ciò che mi affliggeva in gioventù. Non è stato affatto facile essere una bimba nera e per di più con difficoltà motorie negli anni 70’ e 80’. Ho dovuto superare moltissimi ostacoli e all’epoca non c’erano né le informazioni né gli aiuti che ora ci sono per chi è disabile e straniero. La poesia ora mi aiuta a “raccontare” episodi, a fermare come un’immagine, momenti di vita non solo miei personali ma anche sociali, che mi colpiscono nel profondo.

Scrivere è stato un mezzo espressivo che mi ha aiutato in tante situazioni finché non ho deciso di mettermi alla prova e partecipare al concorso Lingua Madre nel 2012. In quell’occasione ho scritto il mio primo testo/ racconto, nel quale raccontavo un episodio reale che mi era capitato: sono italiana, ma ci sono persone che ancora oggi hanno da ridire sull’italianità o meno di chi ha origini diverse. In quel racconto mi allaccio alla vittoria di Miss Italia da parte di Denny Mendez, una “nuova” italiana e la risposta secca di una persona a me molto vicina che disse che la Mendez non rappresentava i classici canoni estetici italiani e non doveva essere eletta Miss Italia. Da lì è nato il testo e le mille domande che si affollavano alla mente. Con quel racconto ho vinto il premio Rotary Club della Mole Antonelliana di Torino, il primo premio, il primo riconoscimento a qualcosa che avevo scritto, apprezzato da persone addette ai lavori. Ricordo che fu un’emozione unica e mi diede molta carica e voglia di migliorare e continuare questo percorso di scrittura. L’anno dopo vinsi il primo premio per la prosa al concorso “Scrivere altrove” di Cuneo, anche quella fu un’esperienza fantastica.

Di sfide ne ho affrontate parecchie dal momento in cui sono nata ad oggi e ogni cosa l’ho affrontata come ho meglio potuto. All’età di un anno mi ha colpito la poliomielite, avevo appena iniziato a muovere i primi passi che questa paralisi infantile mi ha messa al tappeto. Quando sono riuscita a superare la febbre, le mie gambe erano due bastoncini senza forza e non riuscivo più a stare in piedi. Questa forse è stata la sfida più grande, ma ero troppo piccola per capire cosa mi stava succedendo. Forse sono una vera combattente senza saperlo, non sono una di quelle guerriere che mostrano la loro forza con l’impeto della parola, con lo sguardo e i modi decisi: sono una morbida, che sorride, che affronta le cose con quella che ora è sulla bocca di tutti: resilienza. Non sapevo di esserlo finché questa parola non è diventata di moda. Credo di essere semplicemente una persona che se deve affrontare un problema lo faccio, magari piangendo e chiudendomi in me, ma poi reagendo con quello che ho, la forza interiore, le persone che mi accompagnano e condividono la vita con me.

Un’altra sfida era stata arrivare in Italia e adattarsi a vedere la mamma ogni quindici giorni perché per studiare e curarmi ero stata in istituti per bambini disabili e poi in collegio, dove non sempre si veniva trattati con umanità e comprensione. Ho incontrato persone alle quali sono profondamente grata, che hanno visto delle potenzialità in me. Sono sopravvissuta e sono riuscita comunque a raggiungere l’indipendenza economica, ad istruirmi nonostante le lacune che mi aveva lasciato una scuola dell’infanzia, e di persone che mi hanno capita e accettata ne ho incontrate tante, quelle che vedono solo me, una persona con pregi e difetti e non la disabile o la nera; così come quelle razziste, quelle che ancora hanno preconcetti e stereotipi. Questo non succede solo in Italia, purtroppo l’esclusiva del razzismo non la detiene solo l’Italia, l’ho incontrato dovunque. Una frase che sento mia ma di cui non so chi sia l’autore è: “Ciascuno deve fare il suo meglio, a prescindere dal suo stato. Il valore di una persona e la sua felicità non possono misurarsi sulla base dei suoi limiti”.

Ho sofferto molto nella vita e crescere è stato davvero faticoso ma questo non mi ha tolto la capacità di sorridere, di trasmettere forza e ottimismo negli altri e di accogliere l’altro. In fondo mi reputo fortunata, non mi manca nulla e sono grata di questo e orgogliosa di ciò che ho raggiunto. L’unica cosa che mi manca per sentirmi completamente realizzata, il mio sogno nel cassetto insomma, è riuscire a scrivere un buon libro, ma lì ci vuole tanto studio e tantissima perseveranza! Sono molto felice che ora ci sia un movimento culturale e sociale in Italia e che abbiamo tantissimi artisti afrodiscendenti ai quali i giovani e i bambini possono ispirarsi.

C’è speranza per il futuro dell’Italia ma non dobbiamo smettere di parlare, di manifestare, di creare rete tra tutti noi, tra coloro che credono nella ricchezza e nella varietà delle persone. Questa è un’altra grande sfida che sto affrontando, per me stessa e per il futuro di mia figlia. Amo molto viaggiare, nel mio sangue scorre il nomadismo dei miei avi e ho sempre sentito il bisogno di cambiare e di conoscere altri paesi.