QUANDO LO YOGA È DONNA

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Un articolo del Washington Post del 2013, di Eric Niller, formulava la domanda: ‘Perché ci sono così pochi uomini nello yoga?’. Uno studio del 2012 condotto da Yoga Journal rivelò in effetti che negli Stati Uniti, dei 20 milioni di praticanti, l’80 per cento erano donne. La casa di giocattoli Mattel non sempre è stata d’aiuto nel rimodulare il consolidamento dei ruoli di genere e dei cliché. Sempre nel 2012, Barbie Yoga Teacher, per la serie ‘I Can Be…’, arrivò sul mercato provvista di tappetino rosa per la pratica e di un minuscolo cane chihuahua di cui ci si chiede ancora la sua utilità (una cintura o un mattoncino per la pratica sarebbero stati più funzionali).

Geeta Yiengar Photo credit
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Ma Barbie si rivelò oracolo. Eppure la tradizione indiana di maestri yoga è sempre stata di di Lucio Fadda sesso maschile: Patanjali (Yoga Sutra), Paramahansa Yogananda (Kriya yoga), Vivekananda (Raja Yoga), T. Kishnamacharya (Vinyasa yoga). Dallo yoga mentale a quello fisico degli asana, sono tutti nomi di uomini. Spesso, ma non sempre, la presenza delle donne nella cerchia degli ordini yogici subiva gli umori maschilisti di esclusione. I testi più antichi dell’Hatha yoga, è vero, menzionano donne praticanti. Ma è a cavallo tra Ottocento e Novecento che l’ossessione degli Stati occidentali per una forma fisica perfetta (Olimpiadi e Bodybuilding nascono in quegli anni) si mischia con lo yoga nazionalista hindu per l’indipendenza del paese aprendo nuove opportunità alle donne.

La figura di Indra Devi fa da spartiacque. Nata in Russia nel 1899 (il suo vero nome era Eugenie V. Peterson), attrice e ballerina, durante il suo soggiorno in India divenne alunna del celebre maestro T. Krishnamacharya, a Mysore, nel 1937. Non fu semplice per una donna straniera essere ammessa in un contesto totalmente maschilista. All’ennesimo rifiuto da parte del maestro, Indra si rivolse al Maharaja di Mysore in persona e, con tale forzatura, si ritrovò a fianco di studenti come Pattabhi Jois (Ashtanga yoga) e B. K. S. Iyengar (Iyengar yoga), oggi noti in tutto il mondo per i loro stili di yoga. T. Krishnamacharya non fece sconti a Indra Devi come alunna, donna e straniera. Ma un anno dopo, per ammissione dello stesso maestro, Indra era pronta all’insegnamento. Dagli anni ‘30 fino alla sua morte avvenuta nel 2002, Indra è stata definita la First Lady dello Yoga. Insegnò in Cina, India, Messico e negli Stati Uniti d’America.

Indra Devi al centesimo
compleanno di Krishnamacharya,
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A Hollywood aprì il suo primo studio di Hatha yoga tra gli anni Quaranta e Cinquanta, affidandosi alla notorietà dei suoi studenti celebri, come Gloria Swanson e Robert Ryan, per la diffusione della pratica. Negli anni Settanta si stabilì in Argentina dove, ancora oggi, la sua Fundación Indra Devi insegna e diffonde lo yoga che Indra definiva ‘Arte e Scienza di vita’. Un’altra donna, Geeta Iyengar (1944-2018), figlia maggiore del maestro B.K.S. Iyengar, dimostrò negli anni ‘60 la capacità di rimodellare gli insegnamenti paterni per adattarli ai bisogni delle donne. Nel 1983 pubblicò Yoga: a Gem for Women (la sua traduzione italiana, Yoga per la donna, non le rende giustizia). Geeta volle unire yoga e le diverse fasi nella vita delle donne come ciclo mestruale, gravidanza, post-parto e menopausa. Divenne pioniera nel muoversi in una dimensione culturale del suo paese, l’India, in cui la tradizione spesso vince contro le voci singole di autonomia femminile: lo yoga, disse in una conferenza in Polonia nel 2002, incontra i bisogni di tutti, donne incluse nel loro periodo mestruale alle quali la pratica si deve adattare.

Geeta Yiengar in una foto
degli anni sessanta.

Negli Stati Uniti ricordò che lei non avrebbe urlato come faceva suo padre nel correggere gli errori degli studenti. Camminava nella luce di suo padre e non nella sua ombra, spiegò. I numeri attuali dello yoga sono quelli di un’industria da 27 miliardi di dollari, secondo lo studio del 2012. Le donne che praticano sono un segmento di forte presenza costante, ma, quando decidono di passare al di là del tappetino della pratica per diventare insegnanti, lo yoga esprime un carattere pieno, capace di abbracciare tratti di forza muscolare e di gentilezza necessaria affinché corpo e mente riescano a stabilire una connessione.

È vero, in Occidente il puzzle della lenta femminilizzazione dello yoga è stato cavalcato dall’industria del gadget e dall’ossessione di una cultura basata sul benessere che ha utilizzato come modelli corpi femminili sinuosi e statuari impegnati in pose strabilianti da immortalare sui social. Ma esiste molto altro. Non è il cane chihuahua da portare sottobraccio (una delle mie prime insegnanti, giuro, ne aveva uno e lo portava con sé allo studio) quanto piuttosto il desiderio di esprimere un mondo femminile di realtà, slegato dalle forme del corpo imposte dai media mainstream.

Lo yoga è terapia, equilibrio, respiro, forza e concentrazione. Il potere di lasciare andare il superfluo per trovare il centro, un centro, che assomigli a se stessi. Il giusto mix di forza fisica e desiderio che rifletta un mondo interiore non autoreferenziale, capace di dare e allo stesso tempo di accogliere. La forza della mediazione, questa volta attraverso il respiro e la determinazione.