MARA MATTA

Photo credit: MARIANNA FERRARA

Sono nata e cresciuta a Samassi, un piccolo paese del Campidano sardo, 46 anni fa. Oggi vivo a Roma, la mia città da circa 12 anni. Ma ho vissuto a Napoli, dove ho svolto i miei studi universitari all’Orientale, e poi in vari paesi dell’Asia: Cina, Tibet, Nepal, India, Bangladesh. Ho anche vissuto per tre anni in Inghilterra, tra Cambridge, Norwich e Londra. Liceo Classico presso l’Istituto “San Giuseppe Calasanzio” dei Padri Scolopi di Sanluri, una cittadina vicino a Samassi. Lingue Moderne a Cagliari e poi L’Orientale a Napoli, dove ho studiato studiare quattro lingue anziché due: scelsi hindi, cinese, tibetano e russo. Il sanscrito mi piaceva, ma mi interessava di più la zona himalayana.

Ho sempre coltivato un interesse particolare per le terre di confine, per le zone di transizione e scambio… Alla fine mi sono laureata con una tesi sulla geografia visionaria del Tibet, traducendo una guida di pellegrinaggio alla montagna sacra del Kongpo Bonri. Dopo la laurea ho vinto una borsa di studio del Ministero Affari Esteri per studiare in Cina. Poi ho vinto una borsa di dottorato che mi ha permesso di viaggiare e soggiornare in Tibet: sono rimasta a Lhasa per un anno, presso la Tibet University. Vivere in Tibet e tra i rifugiati in Nepal e in India è stato uno dei periodi più belli, entusiasmanti e faticosi della mia vita: il percorso di ricerca tra il Tibet e la diaspora tibetana mi ha segnato in modo profondo. In comune con i tibetani – e con tutte le popolazioni con cui ho lavorato negli anni successivi in Sud Asia – c’è il forte orgoglio linguistico (indico sempre anche il sardo come lingua madre, insieme all’italiano) e la consapevolezza di appartenere a una ‘minoranza’.

Attualmente sono Professore Associato presso il Dipartimento ‘Istituto Italiano di Studi Orientali’ della Sapienza. Insegno Letterature moderne del subcontinente indiano. Da quest’anno insegnerò anche i corsi di Global and Minor Cinemas e Global Humanities: Critical Theories and Transnational Cultures, in lingua inglese, parte di una nuova laurea triennale in Global Humanities, di cui sono ideatrice e coordinatrice. Questa è stata la sfida principale di quest’ultimo anno. Ho lavorato con grande passione a un’idea che coltivavo da tempo e, grazie all’impagabile sostegno di collegh* e amministrativ* della Sapienza che come me credono che l’Università debba essere un campus davvero aperto a tutt*, abbiamo costruito un percorso formativo interamente in lingua inglese che pone al centro lo studio delle storie, delle culture, delle letterature, delle filosofie religiose e dei diritti umani, con una grande attenzione a Africa, Asia e Americhe.

Non si può capire la politica o l’economia del XXI secolo senza conoscere re la storia – anzi, le storie – che hanno dato vita alle complesse dinamiche contemporanee. Prima di arrivare alla macroeconomia, bisogna conoscere la geografia, la storia, la filosofia e le letterature in una prospettiva aperta e non eurocentrica. Il Covid-19 ha complicato le cose, perché tanti studenti dovranno seguire a distanza. L’idea è quella di far sì che l’università diventi sempre più inclusiva, un terreno di sperimentazione, un vero e proprio teatro di rivoluzione! Mi piace pensare che il suo motto possa diventare “Camp+Us: From Camp to Campus”, perché virtualmente siamo tutti chiusi in un campo – mentale, sociale, politico – e possiamo uscirne solo lavorando insieme a un obiettivo comune.

La sfida più difficile da superare è sempre quella con se stesse: crescere donna in un paesino del Sud Sardegna ti pone immediatamente di fronte a una serie di difficoltà legate a luoghi comuni sul ruolo sociale delle donne. Sono stata fortunata a crescere in una famiglia di donne forti. Le donne sarde (ma penso valga per tutte le donne) hanno grandi risorse: determinazione, forza interiore e caparbietà. Se si riesce ad andare al di là di quanto ti viene prospettato come ‘ragionevolmente raggiungibile, se si coltiva il sogno e si seguono le proprie inclinazioni, si possono superare tutte le avversità e affrontare le sfide a testa alta. Non è detto che si vinca sempre, ma anche questo è un insegnamento che mi ha aiutato molto: una ‘sconfitta’ spesso ti fa deviare da una strada che immaginavi giusta e ti fa scoprire altri sentieri, per i quali devi magari sviluppare nuove risorse.

Una frase che mi accompagna: “Odio gli indifferenti” di Gramsci. Non sopporto chi non prende posizione, chi pensa che tocchi sempre agli altri risolvere i problemi del mondo, e chi considera stupido o donchisciottesco agire per cambiare le cose.

Sogni nel cassetto? Troppi da elencare… uno su tutti, girare un film sulla storia di una giovane donna straordinaria, Kalpana Chakma, che oggi avrebbe più o meno la mia stessa età. Kalpana era un’attivista per i diritti delle popolazioni indigene del Bangladesh, oltre che una femminista. Prelevata da casa sua, nel cuore della notte, da alcuni militari dell’Esercito del Bangladesh, il suo corpo non fu mai ritrovato. Era il 12 giugno 1996, Kalpana aveva 22 anni e combatteva per il diritto dei Chakma alle proprie terre, alla tutela della propria lingua, delle tradizioni religiose e le pratiche culturali, diverse da quelle della maggioranza bengalese sunnita. Mahasweta Devi (1926- 2016). Scrittrice e attivista bengalese di fama internazionale, grandissima donna, di una forza interiore e un carisma ineguagliabili. Sono un’isolana nomade, un’altra contraddizione che penso riassuma bene il mio modo di stare al mondo.