MAMMA, INSEGNANTE E SCRITTRICE

Come Vivremo Dopo*
Photo credit: Rahma Nur

“Il 4 Marzo era arrivato improvvisamente. I giorni di scuola, a partire da Settembre, erano trascorsi uno dietro l’altro in modo veloce e repentino. Il 4 Marzo non era mai stata una data particolare nella mia vita, non ho amici o famigliari che compiono gli anni quel giorno e non era nemmeno un giorno festivo: solo un normalissimo giorno come un altro. Quella mattina avevo fatto lezione come di consueto, nonostante da qualche giorno avessi pochissimi alunni: su 19 le presenze scendevano tra i 12 e i 7 dell’ultimo giorno. Le attività erano ridotte, i tre tavoli densamente occupati erano diventati uno, seduti tutti insieme come una tavolata di vecchi amici. I ragazzi erano felicissimi. Si sentivano più vicini, le lezioni erano più rilassate, potevamo soffermarci con più attenzione sulle cose, tutti potevano intervenire e riflettere con calma.

Stanno pensando di sospendere le lezioni.

Era, stranamente, tutto più disteso nonostante la tensione che proveniva dall’esterno: un gelido vento che percorreva corridoi e aule e penetrava nelle ossa attraverso le notizie dei media, le parole pronunciate a bassa voce dalle nostre collaboratrici scolastiche e tra i colleghi: “Stanno pensando di sospendere le lezioni” ,”I contagi aumentano”. Le voci di una chiusura imminente erano sempre più insistenti con il trascorrere delle ore e aleggiavano come ombre scure sulle nostre teste. Prima di uscire avevo raccolto in fretta e confusamente qualche libro che poteva servirmi se avessero chiuso la scuola. Tornai a casa sconfortata e triste.

Nei momenti successivi di quella giornata il telefono trillava di continuo: messaggi ininterrotti sul gruppo docenti e sul gruppo classe di mia figlia… Alla sera arrivò la notizia ufficiale: sospensione delle attività didattiche. Mi sentivo un peso sul cuore. La preoccupazione aumentava con il passare dei giorni, il timore per i miei cari sparsi in tre diversi continenti. Eravamo solo noi tre, completamente isolati in casa con le notizie pressanti dei decessi come una catena infinita di numeri, senza nomi, senza una dignità, senza un pensiero che ricordasse voci, visi, ruoli: erano padri? Madri? Nonni? Numeri anonimi che venivano gettati in un contenitore senza fine. I nostri giorni di piccola famiglia iniziavano a scorrere lenti, mia figlia chiedeva quando si tornava a scuola, quando poteva tornare in piscina, a judo, al parco a rivedere le amiche.

Mi appoggiavo alla capacità di semplificare e spiegare che possiede il papà perché a me mancavano le parole, mancava l’energia, il ragionare sulle cose e le situazioni. Mi sentivo completamente inadeguata, come madre e come insegnante. Mi sentivo allo sbaraglio e piena di ansia, non dormivo la notte e non riuscivo a mangiare, men che meno a dedicarmi a fare dolci, pane, piatti prelibati. Se non fosse stato per il lavoro che mi chiamava all’ordine e per il pensiero di mia figlia che aveva ancora più bisogno della presenza e del sostegno di noi genitori, forse sarei caduta in un baratro depressivo senza via d’uscita. I miei alunni avevano bisogno di me, mia figlia anche e così le giornate presero una piega diversa. Con mia figlia avevamo scritto un planning giornaliero: compiti, ginnastica, cartoni, giochi, attività domestiche, scrittura, lavoro… e questo ha aiutato un po’ tutti a dare senso ai vari momenti del giorno. Con la classe avevamo stabilito i giorni e le ore di connessione e mi ero ritrovata a lavorare in ogni momento della giornata, fino a sera, tra preparazione delle lezioni, lettura del libro di narrativa, correzione dei compiti, riunioni e webinar.

Lentamente, vincevo l’ansia e la paura impegnata in altre cose. Da una parte il lavoro mi portava ad approfondire e arricchire le mie conoscenze attraverso i corsi, a trovare modi e approcci diversi per catturare i ragazzi, a sfidarli nelle attività e a mettersi alla prova. Dall’altra avevo potuto conoscere persone e allargare confini su tematiche a me care: la poesia, l’attivismo, i libri. Avevo partecipato a incontri e videoconferenze interessanti e produttive. Avevo scoperto persone stimolanti e iniziato collaborazioni inaspettate. Lo schermo mi aveva sciolto e incoraggiato a esprimere i miei pensieri senza timori. Mai come allora la “clausura” mi aveva portato stimoli e idee! Tuttavia non riuscivo a scrivere di questo fosco periodo; la mia mente era rivolta ad altro e approfondivo la poesia, leggevo testi in inglese e ne parlavo con amiche poetesse che mi spronavano a scrivere, a catturare istanti, a esercitarmi e a sperimentare. Scoprivo un mondo di forme, di spazi, di ritmi e di temi che mi erano nuovi. I semi che avevo lasciato a seccare in questi anni, venivano irrorati di nuovo e qualche piccolo germoglio cercava sempre più la luce. Il momento di panico e crisi stava passando, troppo occupata a pensare e a creare.

Così come l’Italia entrava nella fase 2 e le attività riprendevano con lentezza e si usciva cauti, anch’io ero entrata nella mia fase 2 e mi aprivo a nuove sfide. Era giunto il tempo di raccontare la mia versione, la mia esperienza, il mio sentire e vivere certe situazioni che chi mi circonda non sempre riesce a cogliere appieno; era giunto il momento di togliere quel velo che aveva ricoperto la mia essenza per anni impedendomi di attivarmi anche per i miei diritti di donna nera. La poesia stava diventando il mezzo per aprirmi di nuovo al mondo, per far sentire la mia voce e per ritrovarmi con altre mille in unico coro di melodie. In fondo si ritorna a noi stessi, a ciò che ci mette in moto e ci conduce verso quei territori inesplorati o poco conosciuti che abbiamo dentro.

Sono tornata a me stessa: mi sono guardata allo specchio e, pur vedendo chiari i segni del tempo, lievi ma pur presenti, mi sono ritrovata in una nuova fase della vita, grata di poter continuare a coltivare quel piccolo giardino di idee e pensieri che è in ognuno di noi.”

Rahma Nur.
Nata in Somalia, vive a Roma. Scrive poesie e racconti. Insegna nella scuola primaria statale.