LORENZA TRA ITALIA E TANZANIA, “CON LE DONNE E PER LE DONNE”

di Aida Aicha Bodian

Nel numero 0 di W MAGAZINE abbiamo parlato di eccellenze femminili delle nuove generazioni, portandovi in un viaggio virtuale, dall’Italia alla Grecia, alla scoperta di donne imprenditrici che stanno facendo la differenza in tema di inclusione di genere nelle professioni. Le protagoniste Lucia Dal Negro, Athina Polina Dova, Romana Ibrahim, Marta Frenna e Natasa Christou, hanno partecipato alla versione virtuale (visto l’avvento del Covid-19) degli South Europe Startup Awards (SESA) 2020, nella categoria “Female Model Roleof the Year”, vinta alla fine da Lucia dal Negro fondatrice di De-LaB Società Benefit.

In questo nuovo numero restiamo sempre nel meraviglioso universo dell’imprenditoria femminile, fatto di soddisfazioni, di libertà, di passioni, di voglia di realizzare e di realizzarsi oltre gli ostacoli e andiamo alla scoperta di Lorenza Marzo e del suo mondo tra Italia e Tanzania.

Benvenuta Lorenza a W-All Women Magazine, ci racconti un po’ di te! Chi sei, studi formativi, esperienze lavorative?

Sono Lorenza, nata quarant’anni fa nella provincia di Bari, dove sono cresciuta e ho completato tutti i miei studi, inclusi quelli universitari. La mia è stata un’infanzia tranquilla, fatta delle piccole cose semplici che una piccola cittadina del Sud poteva offrire tra gli anni ottanta e novanta: tra scarpinate in bicicletta, giornate al mare e partite a pallone (quando si giocava ancora per strada) mi sono ritrovata all’improvviso adulta e con una laurea in economia tra le mani. Come molti miei coetanei, ho lasciato il Sud Italia, subito dopo l’università e, dopo una breve parentesi a Pisa dove ho frequentato un master in Internal Auditing, sono arrivata a Milano: avevo ventiquattro anni. Il vortice milanese mi ha assorbito immediatamente: le giornate erano scandite dai ritmi serrati della città e del mondo della consulenza, che per primo mi ha accolto. A quel mondo, per il quale mi sono sentita subito inadatta, devo molto: sicuramente un solido metodo di lavoro, oltre alla possibilità di entrare sin da subito a contatto con grandi realtà aziendali. E però, allo stesso tempo, sapevo di non essere fatta per tutto quello sgomitare, quella competizione, quelle giornate di lavoro senza fine a cui non sapevo dare un perchè. Ero convinta che, passando da una big four in azienda e avendo ritmi più tranquilli, avrei trovato pace, ma invece anche l’esperienza aziendale si è presto manifestata nella sua incompletezza. È stato quello il momento in cui ho capito di avere bisogno di indagare più profondamente me stessa e capire cosa volevo fare nella vita.

Dalla Puglia alla Tanzania, passando per Milano. Ci racconti cosa ti ha portato in Africa? Se ci sono state, quali difficoltà hai incontrato in questo viaggio all’inverso?

L’arrivo in Africa non è stato immediato: il mio viaggio interiore – che ha preceduto il viaggio fisico – è durato circa tre anni, in cui per “compensare” la vita da auditor, ho iniziato ad esplorare il mondo del terzo settore da volontaria in una comunità per minori in Italia. Dopo tre anni ho sentito il bisogno di una svolta radicale: ormai ero certa che la vita da auditor non mi appartenesse più, ma non sapevo ancora cosa volevo diventare. È stato allora che sono partita per la Tanzania: era il 2010, avevo trent’anni e un lavoro a tempo indeterminato, che ho lasciato senza dubbi o indugi. Doveva essere un anno sabbatico, che mi aiutasse a comprendere di più la mia strada… e poi invece, sono rimasta qui. Certo, di difficoltà ne ho incontrate come tutte le volte che ci si immerge in un contesto culturale a noi totalmente nuovo e sconosciuto: pur non essendo una grande pianificatrice, la concezione del tempo e il rapporto con il pianificare sono stati due grandi ostacoli per me. Oltre alla sensazione di non riuscire mai completamente a percepire cosa pensi realmente chi si relaziona con te: i tanzaniani hanno la grandissima fama di popolo molto pacifico e accogliente, cosa verissima peraltro, però avevo la sensazione che i loro sorrisi e la loro ospitalità costituissero una facciata esterna che poi ti impedisse realmente di percepire i loro reali sentimenti. Ecco forse, direi, che questa è stata la difficoltà maggiore per me. L’ho superata restando in ascolto per molto, moltissimo tempo, cercando di capire, osservare, percepire il più possibile ed evitando di forzare la mano nei rapporti umani.

Parliamo del tuo progetto WanaWake-Up: come nasce? Vision e obiettivi?

Wanawakeup nasce dalla volontà e dal grande desiderio di lavorare con le donne e per le donne: “wanawake” in lingua swahili significa donne e, quindi, il nome stesso è un gioco di parole tra swahili e inglese. La vision dietro questo progetto è quella di vivere in un mondo dove le donne possano esprimere e realizzare pienamente il proprio potenziale. L’obiettivo principale è quello di accompagnare piccole imprenditrici a riuscire ad esprimere i propri talenti, crescere il proprio business ed espandere la propria presenza nei mercati internazionali. Il focus principale di wanawakeup sono imprese sociali ed artigianali (www. wanawake-up.com).

Mi è piaciuto il piccolo confronto avuto tempo fa sull’utilizzo delle parole, e sulla loro importanza. Quando si parla di eccellenze femminile spesso viene normale utilizzare la parola empowerment “Empower (verb): to give power or authority to.” A volte più che “aspettare che qualcuno dia il potere” si tratta di aiutare donne nel riconoscere il proprio talento e a svilupparlo, ciò che fai anche nel tuo progetto in Tanzania! Quali best practise consiglieresti?

Credo che ci siamo passate tutte attraverso l’uso della parola “empowerment”: non ne sono stata esente, ma col tempo ha iniziato a piacermi sempre meno, soprattutto quando si parla di Africa, che poi – guarda caso – è il contesto in cui questo vocabolo è estremamente (ab)usato. La ragione principale per cui non mi piace è che sottintende che qualcuno debba autorizzarti, darti il potere per poter diventare la versione migliore di te stessa e che, quindi, il processo di trasformazione dell’essere umano sia un processo estrinseco. Sono, invece, fermamente convinta che ognuna di noi sia dotata, in qualche modo, di un fuoco sacro e che la grande trasformazione di se’ stesse passi proprio attraverso il riconoscimento di questo proprio potere interiore e la capacità di fargli strada e dargli modo di esprimersi. Non credo di avere best practices da consigliare, ma anche qui, credo che empatia e capacità di ascolto giochino un ruolo cruciale.

Sei membro e moderatrice della community VadoinAfrica. com, quali scenari vedi per la Tanzania o per l’Africa in generale? Cosa consiglieresti a una giovane ragazza che si appresta a fare il suo primo viaggio nel continente africano?

Si, sono orgogliosamente moderatrice di VadoinAfrica. L’incontro con Martino, il resto del team e con tutti voi membri attivi della community, per me è stata una ventata di aria fresca… finalmente una community che guarda con autenticità e realismo al continente Africano, guidata da un approccio pragmatico e realistico: se ne sentiva davvero il bisogno, soprattutto in Italia (ma non solo). Come diciamo tante volte in VadoinAfrica, non si può più ignorare i cambiamenti economici e sociali che stanno avvenendo in questo giovanissimo continente, Tanzania inclusa: età media giovanissima, popolazione ed economie in crescita sono tutti fattori che lo rendono indiscutibilmente il continente del futuro. Più che quali scenari vedo per la Tanzania e per l’Africa, direi quali scenari mi auguro: mi auguro che il continente segua la propria rotta, senza ricalcare sistemi e modelli altrui, ma anzi facendo tesoro delle lezioni apprese da quei modelli. Ad una giovane ragazza che si appresta a fare il suo primo viaggio nel continente africano, consiglierei quello che direi a chiunque altro: resta in ascolto e datti tempo per osservare e interiorizzare quello che vivi. E cogliamo anche noi il consiglio e continuiamo la nostra ricerca di storie di donne intraprendenti, sognatrici, audaci in giro per il mondo. Alla prossima.

Photo Credit: © Lorenza Marzo

Aida Aicha Bodian – Classe 1986, nata in Senegal, cresciuta in Italia, espatriata in Francia. Essenza afroitaliana, cittadina del mondo, sognatrice e un po’ Nerd a modo suo. E’ Luxury and Fashion Sales Advisor, Digital Strategist, Promotrice culturale, blogger e attivista. Il suo motto: “Be inspired and inspire!”. La sua ultima creatura: NEBUA. info@nebuaworld.com, www.nebuaworld.com