L’Italia per le donne bangladesi: terra promessa o semplice bugia?

Amina ci racconta che prima di venire in Italia pensava alla penisola come a un Paese di cittadine colme di piccole casette indipendenti con giardino e mattoncini rossi, come era solita vedere nei film indiani ambientati in Inghilterra. Quando è arrivata si è sentita quasi tradita: Roma somigliava più a Dhaka che ai colorati immaginari cinematografici, gli ambienti e i vissuti erano più caotici di quelli raccontati da chi in Italia già ci viveva.

Il Bangladesh è uno dei Paesi più poveri del mondo, con una forte emigrazione e un Pil in costante crescita, grazie soprattutto a un settore tessile forte esportatore e alla manodopera a bassissimo costo. Partire e raggiungere l’Occidente è il sogno di molti, spesso desiderato ardentemente, senza tener conto del “vero costo”.

Per le donne bangladesi, una volta arrivate in Italia, il sogno si infrange con le reali condizioni di vita che spesso possono addirittura risultare peggiori di quelle originarie. Molte, infatti, in Bangladesh appartengono a status sociali medio-alti, hanno frequentato l’Università e trascorso una vita in condizioni agiate sia a livello abitativo che socio-economico. Sposare un probhashi e partire per la “terra promessa” può sembrare un capriccio, ma a volte serve a giustificare scelte e speranze. Non sono previsti fallimenti, intoppi o insuccessi.

Emigrare è un fatto collettivo, familiare, comunitario, è un investimento che tutta la famiglia fa nella prospettiva di un futuro migliore; questo vale anche per i matrimoni, spesso combinati, con uomini emigrati all’estero. Sebbene il dono della dote sia ufficialmente illegale, la famiglia della sposa è quella che deve farsi carico del maggior numero di spese. In un sistema tipicamente patriarcale, è sempre la famiglia della sposa che deve mostrarsi all’altezza di quella dello sposo. Quanto vale dunque sposare un probhashi che vive in Europa? Molto. Non si indagano davvero le condizioni lavorative o abitative, basta vivere nella “terra promessa” e garantire alla donna una vita lì, con lui.

I racconti di chi è espatriato vengono però spesso alterati da omissioni, regali, invio di denaro, abiti costosi e da una rappresentazione trasmessa attraverso i social networks che cela le reali condizioni di vita.

La verità spesso è amara: le giovani donne si ritrovano ad aspettare sole i mariti di ritorno dal lavoro per giornate intere, a condividere la casa con altri e a volte a cucinare per tutti i coinquilini per “arrotondare”. Le case vengono condivise da uomini singoli lavoratori e una stanza rimane per le famiglie o le giovani coppie.

Ma la maggior parte delle donne bangladesi non si arrende: da una parte mantengono vivo l’immaginario falsificato della menzogna sociale attraverso immagini e racconti destinati a chi è rimasto nel Paese d’origine, dall’altra però, ove possibile, decidono di alzare la testa, ricreando amicizie e legami tra connazionali per andare oltre il disagio e ripristinare un proprio ruolo nella società. È il caso della fitta rete associazionistica bangladese romana, ove si contano diverse associazioni femminili che periodicamente s’incontrano, organizzano feste ed eventi laici, politici, religiosi.

È così che la resilienza delle donne bangladesi in diaspora dona loro ancora speranza, voglia di vivere e di rappresentare un piccolo ruolo che dia ancora loro il senso di aver lasciato l’amato Bangladesh, diventando vittime e artefici di questa “grande bugia”.

Photo Credit ©: Stefano Romano

di Katiuscia Carnà e Sara Rossetti

Katiuscia Carnà è dottoressa di Ricerca in Ricerca Educativa e Sociale presso l’Università di Roma Tre. E’ laureata e specializzata in Lingue e Civiltà Orientali in particolar modo rispetto al Subcontinente Indiano. Ha conseguito un Master in “Religioni e mediazione culturale” presso La Sapienza, e in “Sociologia, teoria, metodologia e ricerca” presso l’Università di Roma Tre. Tra le sue pubblicazioni: “Roma. Guida alla riscoperta del sacro” (2015, Edup) – “Kotha. Donne bangladesi nella Roma che cambia” (2018, Ediesse) – “Nuove identità di una società multietnica. Percorsi tra scuole, famiglie, scuole” (Cleup, 2020).

Sara Rossetti è dottoressa di ricerca in Storia politica e sociale dell’Europa moderna e contemporanea presso l’Università di Roma Tor Vergata. Ha conseguito un Master in Didattica dell’italiano a stranieri presso l’Università Ca Foscari di Venezia e in Sociologia: teoria, metodologia e ricerca presso l’università di Roma Tre. Si occupa di migrazioni femminili passate e presenti, didattica dell’italiano, didattica interculturale. È coautrice di “Kotha. Donne bangladesi nella Roma che cambia” (Ediesse, 2018).