L’INTERVISTA – DANIELA POGGI “PIU’ RISPETTO DELLE DIVERSITA’ E DEL PIANETA”

Attrice teatrale, cinematografica, televisiva, conduttrice tv, Ambasciatrice Unicef, animalista, vegana e attivista: Daniela Poggi è tutto questo e molto più ancora. Uno di quegli incontri che lascia il segno. Uno scambio stimolante per (ri)scoprire tutte le sfaccettature di una grande Donna molto ‘inspiring’.

Il periodo di pandemia di Covid-19 passerà alla storia come un momento complesso un po’ per tutti da un punto di vista personale, interrelazionale e lavorativo…

Ognuno di noi sta vivendo la sua prova. Il Covid ha portato alla superficie della propria esistenza cose chiuse, nascoste, finora non dichiarate a noi stessi. E’ un evento epocale che cambierà il mondo: ci sarà un pre Covid e un post Covid a livello sociale, economico, politico e culturale. La trasformazione che è in atto non piace certamente a molti di noi, adulti, ma sicuramente dobbiamo riconoscere che qualcosa sta cambiando, poi quanto sia benefico, non lo so. Mi auguro che ne usciremo persone nuove, più coscienti e consapevoli del fatto che l’uomo è infinitesimamente piccolo, che non c’è ricchezza al mondo che possa mantenerti in vita contro un piccolissimo microbo che uccide. Credo che sia anche fondamentale, a maggior ragione in questo contesto, la capacità introspettiva di ognuno di noi, la capacità di riuscire a relazionarsi con l’altro anche a distanza, l’empatia, proprio perché solo uniti possiamo andare avanti e le nostre vite non sono mai state così legate. Quella che è in corso è una eliminazione dell’umanità, voluta o non voluta, decisa o non decisa, ma potentemente violente, orrenda. E ognuno di noi ha l’opportunità di scegliere da quale parte stare, nell’ombra o nella luce. Da cristiana, cattolica, praticante, sono molto grata a Papa Francesco per la sua Enciclica, Fratelli Tutti, da far leggere soprattutto ai ragazzi. Gli adulti hanno distrutto il pianeta, la comunità animale e vegetale, e i ragazzi sono gli sfortunati fruitori di quel poco che è rimasto. Sono loro a poter cambiare l’andamento di questo mondo, a potersi emancipare dal potere e dal dio denaro.

E tu questo momento come lo stai vivendo?

La prima parte è stata più facile, la seconda fase è più complicata, più incerta. Lettura, scrittura, ho ricostruito delle relazioni grazie al telefono, non direi grazie ai social. Ho fatto lunghe telefonate ad amici ed amiche lontani, con i quali ho condiviso il tempo e grazie al progresso, ho pranzato e cenato su WhatsApp con amici che chi è lontano, persino in Mozambico. Ho pregato di più, ho intensificato riflessione e preghiera meditativa, ho cercato il silenzio, anche perché il suono delle sirene delle ambulanze è per me uno dei più angoscianti e quando lo sento prego per accompagnare chi si trova dentro. A Roma le sento ogni 3-4 minuti, figuriamoci chi si trovava a Bergamo durante la prima ondata. Ho cercato di andare all’essenziale. Ho imparato a cucinare, ho messo a posto i cassetti, mi sono liberata di qualche oggetto legato al passato, ai ricordi, agli affetti. Sono stata maggiormente in relazione con ciò che mi circonda e mi sono goduta una meravigliosa primavera, ma nella consapevolezza che i ghiacciai si stanno sciogliendo sempre più rapidamente, altra faccia del riscaldamento globale.

L’origine del Sars-CoV-2 è molto probabilmente animale. Tu sei vegana, animalista e attivista. Cosa ci sta insegnando o dovrebbe insegnarci questa pandemia sul nostro rapporto tra Madre Terra e l’uomo?

Ci dovrebbe aprire gli occhi, ad esempio, sull’orrore che può, che dovrebbe suscitare l’allevamento intensivo. Ci rivela anche il potere che l’uomo vuole avere sul genere animale, convinto di potere agire su di lui come, dove e quando vuole, in quanto detentore del potere supremo. Invece ogni essere vivente è soltanto un inquilino su questa terra, dalla formica passando per il leone per arrivare all’uomo. E’ sempre il solito discorso. Abbiamo sfruttato il pianeta, la terra, ogni forma vivente, e adesso ne paghiamo le conseguenze.  

W è una rivista femminile multiculturale. Da donna, da artista trovi che il genere femminile e la diversità femminile siano correttamente rappresentati, che la narrazione sia rispettosa e in linea con la realtà?

E’ una narrazione che non è assolutamente rispettosa in questa società machista, dominata dal pensiero maschilista al 100%. Ancora oggi c’è spesso un’incapacità di valutare la donna nella sua intelligenza, oltre lo schema dell’angelo del focolare, oltre ad essere sempre oggetto del presunto desiderio maschile. A me, donna, mi sta bene essere di considerata un essere umano diverso dall’uomo, ma a lui risulta difficile riconoscerci una parità intellettuale, spirituale, una forza ed energia in un percorso comune e condiviso. Credo lo sia soprattutto per l’uomo latino, anche se non ho una conoscenza sufficientemente approfondita per esprimermi su quello nordico. Basta offuscare il pensiero e i talenti femminili! Il cambiamento sarà molto lento credo, almeno fin quando la questione non sarà affrontata nelle scuole, mentre sarebbe determinante farlo. Va insegnato il rispetto delle diversità, l’importanza della conoscenza, dell’intelligenza, della sensibilità, dell’empatia, parte integrante della formazione. Per quanto riguarda invece la diversità culturale, credo che il modo in cui viviamo l’immigrazione in questo Paese condizioni la rappresentazione, la narrazione, anche nel mondo del cinema e dell’arte in generale. Va meglio a chi è indiano, filippino o cinese, invece chi è nero se la passa peggio poiché il coloro nero viene spesso accomunato all’immigrato, stupratore, trafficante di droga o prostituta. Purtroppo è raro che si riescano a raccontare altre storie. Nei giorni scorsi alla Asl c’era un dipendente nero e mi ha fatto davvero piacere, il segno che pian piano le cose stanno cambiando. Ci vorranno almeno 20 anni per vedere una certa trasformazione sotto il profilo demografico. Le prossime generazioni uniranno le razze. Secondo me è un cambiamento ineluttabile verso un’Italia multirazziale. Io non credo che ci sarò ancora, quindi la guarderò da lassù e sarà bellissimo.

Ora passiamo al tuo percorso professionale che spazia dal teatro al cinema alla conduzione tv. Tra le tue tante presenze sul grande schermo, quali personaggi ti sono rimasti dentro?

Nel cuore ho sicuramente L’Esodo (2017), per la regia di Ciro Formisano. Mi sono messa totalmente al servizio della storia e del personaggio di Francesca, una parte molto impegnativa che mi ha dato grande soddisfazione. Un altro personaggio costruito addosso è stata la donna in La cena di Ettore Scola. Una yuppie rampante, aggressiva, molto femminista, un’allumeuse che provoca l’uomo, ovviamente impegnato, che accetta la provocazione e che poi lei accusa di aver ceduto, di non essersi tirato indietro.

Il ruolo di fiction televisiva che hai sentito più tuo?

Sicuramente il ruolo di Cristina Ansaldi nella serie Incantesimo su Rai 1, un ruolo cucito addosso, sulla mia fisicità, sul mio essere, che ho interpretato nelle serie 1,2, 5 e 8. Anche perché ho partecipato allo storyboard assieme al regista, Gianni Lepre, e abbiamo costruito insieme il personaggio.  

Il teatro è anche il fil rouge della tua carriera…

Due sono i ruoli che più ho amato: Medea e Emily Dickinson.  Il primo era una produzione estiva per i festival e abbiamo avuto una tournée invernale abbastanza limitata.  Un ruolo che ho amato tantissimo, per la sua importanza, per il tema affrontato, per il vissuto di questa donna. Emily Dickinson invece la mia ultima “fatica”. Una donna straordinaria, complessa, di rara intelligenza e fantasia. Precursora di un pensiero femminile che stravolgeva le regole sociali. Sono affascinata da lei e dal suo mondo interiore. E’ grazie al  teatro che ho potuto scandagliare intensamente le loro anime. Sono profondamente convinta che il teatro sia scuola, scuola di conoscenza introspettiva del proprio essere, scuola di vita. Il teatro è una esperienza che tutti dovrebbero fare, non solo chi pensa di fare carriera in quel mondo. Il teatro è formazione, è educazione di te stesso pertanto andrebbe inserito nei percorsi curricolari, a scuola. Solo con il teatro impari a metterti nei panni dell’altro e ciò ti mette anche in contatto col tuo essere più profondo. A mio parere il teatro è anche terapeutico, aiuterebbe tutti a sciogliersi, a superare le proprie inibizioni, a curare piccole patologie come la timidezza, le balbuzie. Poi, per chi lo fa per lavoro, stare su una scena, interpretare un personaggio da solo è davvero una grande responsabilità perché c’è qualcuno che ha pagato il biglietto per vederti. Ti educa, ti aiuta ad avere il controllo di te, della tua voce, del tuo portamento. Un bagaglio che ti porti dentro per sempre e che fa la differenza in tante circostanze.

“Una notte con Zeus”, “Chi l’ha visto”, “Sotto le stelle”, tante premiazioni e spettacoli di successo. Quale bagaglio e quali ricordi più importanti ti porti dietro dalla tua esperienza di conduttrice televisiva?

Sono state tutte esperienze straordinarie, molto intense, perché in quel contesto hai la possibilità di esprimerti direttamente col pubblico, hai in circolo tanta adrenalina, ti dà tanta gioia e carica. Ti senti regina sul trono, hai il microfono in mano, hai la gestione di un programma, col desiderio che possa piacere a tutti. Sono state tutte esperienze molto importanti e anche formative per me, andate bene direi proprio perché vengo dal teatro.

Su quali fronti lavorativi sei attualmente impegnata?

Sono impegnata a riportare in scena Emily Dickinson /Vertigine in altezza (regia di Emanuele Gamba, testo di Valeria Moretti), che si è fermato causa Covid e mi auguro possa avere la sua prima data a febbraio 2021.

Lavoro anche a due corti che saranno una base per sviluppare due film: “Sorelle” di Gabriele Lazzaro e Massimiliano Varrese oltre a “Colours” di Giovanni Pelliccia, con la regia di Gianni Quinto e Daniela Zeffiro, nato da una mia idea, con sceneggiatura scritta a quattro mani con Daniela Zeffiro. Ho anche finito di scrivere il mio libro e sono in attesa di farlo uscire.

Ci ha lasciato Gigi Proietti. Tu sei savonese ma romana di adozione. Hai conosciuto il Cavaliere Nero? Qualche aneddoto, qualche ricordo?

Ho conosciuto Gigi girando una puntata del maresciallo Rocca e poi lavoravamo per la stessa agenzia. Ci siamo incontrati migliaia di volte e lui mi diceva “Ciao Danie’! Come stai Danie’?”. Era una persona straordinariamente intelligente, di grandissima cultura e preparazione. Mi colpiva molto il suo amore per i giovani, ai quali ha dedicato molto del suo impegno formativo con la Scuola Proietti. Il fatto che un attore dia ai giovani la possibilità di costruirsi un’identità teatrale, artistica, un futuro lavorativo anche, è per me sinonimo di grande generosità. Devo riconoscere che da nordica all’inizio la sua romanità non mi apparteneva quindi mi risultava un po’ particolare, non la coglievo. Poi l’ho apprezzato sempre di più e per me ha dato il meglio di sé in età adulta. La sua straordinaria bravura, il suo ecclettismo, la sua capacità attoriale geniale fa di Gigi uno dei pochi che resteranno per sempre nell’Olimpo degli inimitabili.

Daniela Poggi con sua figlioccia, Ximena, e con suo cane, Lillo

Nel 2001 sei stata nominata ambasciatrice Unicef. Raccontaci della tua esperienza in Africa

Direi che è un conto leggere certe notizie sull’Africa o quando un bambino sta lontano da te migliaia di chilometri, è un altro poi quando vivi personalmente con loro, entri nella loro vita, stando direttamente sul posto. Sono stata in Sierra Leone nel 2001 e poi ci sono tornata nel 2005 per inaugurare una sala di ginecologia nell’ospedale di Kenema, realizzata grazie ad una raccolta fondi, proprio per evitare l’alta mortalità materna. E’ stata un’esperienza molto intensa, molto forte. Oltre all’orgoglio per la mia nomina ad Ambasciatrice Unicef, ho provato la grande gioia di vivere realmente la dimensione Africa. Un’Africa armata, un’Africa abbandonata ai poteri altrui, ai poteri economici esterni, sfruttata da Europa, Usa e Cina per le sue sterminate materie prime oltre che dalle potenze che mandano armi. Ho anche riscontrato il razzismo tra gli stessi africani, per un colore della pelle diverso, per l’appartenenza ad una etnia diversa e rivale alla tua, e questo rappresenta chiaramente un altro problema. Il punto è che mettere gli uni contro gli altri conviene a chi ha il potere, a chi governa, e che invece di fare di tutto per rendere tutti uguali strumentalizza queste diversità ai propri fini, politici ma non solo. In Africa ho anche trovato una gioia, una forza, una vitalità, un credo nella vita che qui spesso abbiamo perduto. C’è una capacità di coesione, di condivisione, dello stare insieme che da noi non c’è. Poi in quel contesto c’è il bello – che è anche una necessità – della famiglia allargata in cui un bambino ha tante mamme, tanti papà, in cui i bambini sono figli di tutti e quello che appartiene ad uno appartiene a tutti.

Di Véronique Viriglio

Photo Credit: © Andrea Ciccalè e Azzurra Primavera