LAURA DELLI COLLI

“Le donne hanno una marcia in più, avanti con la rivoluzione!”
Photo Credit © Fondazione Cinema per Roma

Laura, sei Presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani e dei Nastri d’Argento, e Presidente della Fondazione Cinema per Roma che produce, tra l’altro, la Festa di Roma, due incarichi di prestigio. Ti occupi poi della comunicazione del Sindacato e del supporto a molte iniziative collegate ad eventi istituzionali, piccole rassegne e grandi eventi, anche internazionali Puoi raccontarci una tua giornata tipo di lavoro?

Una giornata tipo non c’è, in realtà…C’è, invece, da sempre e costantemente un impegno ‘full timÈ sui temi del cinema: sul fronte del Sindacato soprattutto sui contenuti, sulla Fondazione invece prevalentemente istituzionali e organizzativi. Lavoro moltissimo, per fortuna con ritmi ormai abituali: un trend che viene da lontano, ho cominciato a lavorare nel giornalismo superprecaria ancora studentessa, all’inizio degli anni Settanta e non ho mai perso le abitudini di una vita passata nelle redazioni. Prima di avere questi incarichi o di lasciar convivere per esempio i (quasi) vent’anni di guida del Sindacato con il giornalismo attivo c’erano le interviste, i pezzi quotidiani, il lavoro da inviata, le conferenze stampa e i festival, i servizi di attualità e gli approfondimenti, qualche scoop di tanto in tanto, certo ma soprattutto l’abitudine di stare sulla notizia, da cronista come sempre. Qualcosa che dai tempi dell’agenzia, poi gli anni in un quotidiano come La Repubblica e in Mondadori come inviata speciale non ho mai perso e oggi mi riporta al gusto dei primi anni con l’abitudine di fare in qualche modo informazione anche attraverso i social. Si comincia presto comunque: giornali da leggere, cominciando da un’ottima rassegna stampa, i social da scorrere, decine e decine di e-mail alle quali rispondo sempre cercando di essere puntuale e accogliente con tutte le domande o le proposte, qualcosa da scrivere meglio se tra le 6,30 e le 9 quando il telefono comincia a squillare, poi in giornata lo scambio con i colleghi del Direttivo per quanto riguarda il Sindacato e i Nastri e con gli uffici, in Fondazione. Con una particolarità: cerco sempre di gestire il mio tempo e tutto ciò che non appartiene strettamente alla vita personale senza troppi supporti ma delegando con grande rispetto delle competenze e dei ruoli di chi mi affianca. Una vita fatta di molto impegno e di grande fatica, Ma la fatica delle donne non è un luogo comune. A noi tocca unire molti mestieri e più ruoli. E per questo la realizzazione di cui vado più fiera è, nella vita personale, la capacità di aver saputo coniugare la crescita professionale con i figli. Un prezzo alto ma a questo non avrei mai rinunciato.

Da quando sei entrata in questo settore professionale, come sono cambiate le condizioni di lavoro delle donne nel mondo del cinema e del giornalismo?

Chi ha cominciato come me in quel decennio storico ha vissuto una vera e propria rivoluzione. Nel 1972 quando per la prima volta ho messo piede in una redazione, uscita dal liceo, perfino un anno avanti, le giornaliste grandi firme si contavano sulle dita di una mano e il lavoro femminile era relegato a competenze che avevano a che fare quasi esclusivamente con un mondo fatto di moda, costume, qualcosa di culturale o di spettacolo, conduzioni al minimo in tv. C’erano firme per noi giovanissime ineguagliabili. Leggevamo con rispetto e ammirazione Camilla Cederna e Lietta Tornabuoni, ci appassionava il giornalismo militante sul costume e sui temi per noi rivoluzionari della società di Natalia Aspesi, sempre un faro per tutte, e Adele Cambria… Di Oriana Fallaci si leggevano i libri, meno i reportage, mentre in video, alla Rai, le donne raccontavano la moda e le ‘direttorÈ o caporedattrici esistevano solo nei femminili. Penso sempre di essere stata molto fortunata a vivere quel passaggio, un momento storico di cui proprio noi, le più giovani, siamo state in qualche modo collettivamente protagoniste, anche nel giornalismo: nella redazione dell’Agenzia Adn Kronos eravamo, giovanissime, già tante e quando arrivò Repubblica per le donne fu una rivoluzione. Ho pezzi pubblicati sui numeri zero di quella prima Repubblica e anche se con un contratto fisso da redattrice entrai poi nel 1980 dopo quattro anni di collaborazione esterna, quegli anni restano fondamentali e irripetibili.

Cosa pensi della nostra lotta per cambiare la narrazione cinematografica della “nuova donna italiana”, che sia di seconda generazione o semplicemente di origine diversa? Hai qualche suggerimento, consiglio?

Credo che non sia più tempo di lamentare la mancanza di sceneggiature o ruolo importanti al femminile. Possiamo contare su una generazione di donne, attrici e autrici, tutte molto coscienti dell’importanza di ‘esserci’. È vero che le registe sono ancora in minoranza rispetto ai registi quando si fa la selezione artistica delle nuove proposte nei festival, ma per esempio nel corto la percentuale di autrici e autrici molto interessanti è cresciuta. Agli ultimi Corti d’argento la maggioranza degli autori arrivati in finale è al femminile. Un dato che fa sperare bene, soprattutto chi come me non crede che l’alchimia delle quote rosa sia la soluzione: una vera rivoluzione si fa, come abbiamo fatto noi in alcuni campi, conquistando col proprio lavoro posizioni di responsabilità e di spicco nelle quali spesso le donne hanno un valore aggiunto per il loro modo di gestire posizioni che difficilmente sono vissute con quel senso di ‘occupazione del poterÈ che è invece sempre squisitamente maschile.

Conosci l’associazione Bianco Nero A Colori?

Sapete bene che risponderò sì. Sono stata al vostro fianco fin dal battesimo a Venezia, un debutto alle Giornate degli Autori che ho condiviso con entusiasmo e convinzione.

Secondo te, l’Italia è in grado di stare al passo coi tempi, come il resto dell’Europa, includendo nella narrazione, nella società e nel mondo del lavoro donne e uomini con origini ‘diversÈ, con un background multiculturale?

Penso proprio di sì, non mi sembra ci sia alcuna tentazione di discriminazione nonostante la politica generalmente negli ultimi anni non sia stata sempre disponibile su tutti i fronti sul tema dell’inclusione e dell’integrazione. Il senso di civiltà e di accoglienza degli italiani prevale per fortuna su qualche pericolosa recrudescenza razzista che la maggior parte del Paese è pronta ad arginare

Una scena del film “Bangla”

Il cinema italiano riesce a raccontare la multiculturalità del Paese oggi, non lasciando nessuno escluso? Ci sono segnali positivi? A me, ad esempio, viene in mente la vittoria al David di Donatello di Phaim Bhuiyan come miglior regista emergente per la sua opera prima, Bangla…

Phaim prima del David ha vinto il Nastro d’Argento per la migliore commedia. E ci sono segni di vitalità in questo senso anche nella fiction. Ci sono autori, uno per tutti Marco Pontecorvo, ma potrei citare Marco Tullio Giordana o Sergio Castellitto che da sempre parlano di multiculturalità. E non dimentichiamo mentichiamo che Gianfranco Rosi è arrivato agli Oscar dopo Berlino, portando sotto gli occhi di tutto il mondo una realtà speciale come Lampedusa. La pandemia Covid-19 ci mette di fronte ad ulteriori sfide… In questo contesto incerto, in cui trovare finanziamenti e sponsor rischia di essere ancora più difficile, come vedi il futuro delle donne cineaste? Un futuro difficile e combattivo più di sempre come per tutti. Le donne cineaste sono anche produttrici, e non mi pare siano meno combattive del solito. Il cinema vive un momento problematico proprio sul tema dei finanziamenti. Ma come diceva un grande sceneggiatore come Ennio Flaiano, ogni volta che lo si dà per morto trova la forza di rinascere. Le donne in questo hanno sempre una marcia in più…