LA STORIA DI YOHANNA

27 anni, laureata, senzatetto ma con un sogno: diventare una regista.

“UN PO’ ALLA VOLTA CE LA FAREMO”

è il messaggio che Yohana ha scritto su un cartone poggiato su un marciapiede di una strada vuota di Milano. Marzo 2020, una Milano surreale, silenziosa nelle sue arterie di asfalto che nessuno calpesta ma protagonista della cronaca mondiale.

Qualcosa di invisibile, confuso e incomprensibile ha cacciato dalle strade le persone, costringendole a casa. Ma chi una casa non ce l’aveva come ha vissuto i giorni del lockdown? Pochissimi passanti hanno avuto modo di leggere l’immobile cartello ai piedi di Yohana, mentre lei cerca di intrattenere i pochi che camminano in strada con piccoli esercizi di giocoleria. L’attenzione di tutti è rivolta ai balconi, ai teli bianchi con gli arcobaleni disegnati dai bambini, lo sguardo va in alto non in basso, in strada dove non c’è nessuno. Ma non è vero, qualcuno c’è.

Accanto a lei, sul marciapiede con la coda scodinzolante sul quel cartoncino, Nina e Upa, ignare testimoni di un’epoca drammatica. “Le strade sono vuote e loro possono correre incredibilmente nelle strade di Milano, più felici e libere” racconta Yohana. Yohana è una ragazza di 27 anni, laureata in Beni Culturali a Milano con indirizzo in Arti dello Spettacolo, da qualche anno senza fissa dimora. È stata adottata quando aveva due anni da una famiglia di Napoli con la quale si trasferisce poi in Nord Italia per lavoro.

Non sa nulla delle sue origini, sa solo che è stata abbandonata da neonata in un orfanotrofio di Bucarest: “Non sono una novità”, racconta timidamente, “gli abusi negli orfanotrofi rumeni”. Già dall’età di otto anni inizia a sognare di diventare una regista e indirizza i suoi studi e le sue esperienze verso quella passione. Ma qualcosa nella sua vita non funziona. Inizia a soffrire di disturbi alimentari da adolescente e i problemi relazionali con la famiglia si acuiscono con il passare degli anni. “Amo molto i miei genitori ma riconosco le incompatibilità e le accetto”, spiega Yohana a W. Il suo desiderio di “fare cinema” non è pienamente condiviso dalla famiglia che preferirebbe un percorso più tradizionale e sicuro.

Così Yohana decide di lasciare la casa dove ha vissuto. Iniziano una serie di esperienze nel mondo del cinema, tra tirocini nelle case di produzione che non pagano e lavoretti da 250 euro al mese per affittare una stanza condivisa a Roma. Ma anche qui qualcosa non funziona, Yohana non riesce a mantenersi. Si trasferisce di nuovo al Nord e trova un lavoro a nero in una struttura ricettiva per pagarsi l’affitto e fare un ennesimo stage, rigorosamente non pagato, in una casa di produzione cinematografica. Scopre di avere un tumore allo stomaco operabile, ma che le costa il lavoro.

Non ha soldi, non vuole tornare dai suoi e comincia a non avere un posto stabile, chiedendo ad amici la disponibilità ad ospitarla, insieme a Nina e Upa, al tempo due cucciole. Valica il portone dell’ultimo conoscente che le ha dato ospitalità e di fronte a lei solo la strada. Le prime due notti in strada “sono state le peggiori della mia vita – racconta – ti ritrovi da sola totalmente abbandonata nel mondo e non sai cosa devi fare, in uno stato di confusione totale. Poi però al mattino dopo, quando ti accorgi che sei viva, stai bene, le cose cambiano e pian piano diventa un’abitudine. Se mi faccio prendere dalla paura non agisco in maniera saggia, né per me né per i miei cani, di cui ho responsabilità. Aver paura è un lusso. Se sei in una condizione di sopravvivenza, devi mantenerti lucida”. Nina, Upa e Yohana, tre femmine che si proteggono a vicenda. La condizione di vivere in strada è già di per sé uno stato emergenziale dell’esistenza ma se lo vivi nel bel mezzo di una pandemia, la situazione chiaramente peggiora. “Mangio una volta al giorno, solo la sera. Durante il COVID sono stati molti i giorni di digiuno. In bagno si va nei bar, a volte capita che mi offrano cappuccino e brioches.

Ma durante il lockdown era tutto chiuso per cui spesso mi rifugiavo nei parchi, scavalcando le cancellate.” “Quello che vorrei” confida a W – “è che le persone si rendano conto che chi vive in strada ha una storia. Un senzatetto potrebbe essere un potenziale dipendente di banca. Nella grande casa che abitiamo tutti, il Mondo, qualcuno rimane fuori. Oggi è capitato a me, domani può capitare a chiunque. Non è così certo che se tu cresci e ti dai da fare poi trovi lavoro. Bisogna sempre considerare che una persona, in mezzo a milioni, non ce la farà e resterà indietro. Oggi quella persona sono io. Chi rimane ultimo non è scemo, è semplicemente ultimo. Come io posso mangiare almeno una volta al giorno, dall’altra parte del mondo c’è qualcuno che non può farlo neanche quell’unica volta. Forse è solo questione di spazi e non c’è spazio per tutti.” Arriva però, un giorno di Aprile, un momento di riscatto.

Durante il lockdown, con l’aiuto del suo smartphone e di una action cam da 20 euro, decide di farsi testimone di coloro che a casa non possono stare perché una casa non ce l’hanno. Inizia a pubblicare sul suo canale Youtube un diario video delle sue giornate. Piccole clip, di giornate lente, in strada, in una Milano deserta. “Un tentativo un po’ disperato di aspettare quella persona che magari vedendoli mi avrebbe detto: lavori bene!” dice. Un conoscente le suggerisce di partecipare a un concorso dedicato a servizi giornalistici o di testimonianza del momento storico in atto: il Premio Roberto Morrione. Un concorso nazionale e di grande prestigio che da 9 anni finanzia e promuove progetti giornalistici ideati e realizzati da giovani sotto i 30 anni. Il Premio dedicato a Roberto Morrione, giornalista di raro rilievo e direttore di RaiNews24 che ci ha lasciato 10 anni fa, ogni anno emana un bando per progetti d’inchiesta a cui rispondono centinaia di giovani giornalisti. Ma quest’anno è stato impossibile ignorare quello che stava accadendo nel mondo e, oltre all’edizione usuale per gli under 30, l’Associazione Amici di Roberto Morrione che promuove il Premio, ha deciso di indire un’iniziativa speciale per tutti quei racconti, in ogni forma giornalistica, che hanno descritto la società durante la pandemia e il lockdown, allargando la partecipazione fino agli under 40. Il premio finale è di 2000 euro. Una bella somma, che Yohana non crede di poter ottenere, perché sa che come lei tanti altri, anche più adulti ed esperti di lei, con più mezzi e copertura alle spalle, parteciperanno al concorso. Ma in fondo, “perché non provare” si chiede.

Così partecipa al bando e il suo lavoro commuove la giuria. Vince il premio che per lei rappresenta una rivalsa, la conferma di avere talento e capacità, doti di cui ha sempre dubitato. La vincita di un concorso così autorevole le ha dato la spinta per credere e sperare ancora di poter essere, un domani, una regista. Si è subito buttata in un altro progetto, con l’aiuto di una filmmaker professionista che la ospita a Roma. Racconterà la storia di Chiara Fumai, un’artista italiana morta suicida nel 2017, per portare all’attenzione di tutti come le proprie fragilità interiori possano diventare fondamenta di un’arte forte e strutturata che rende gli ultimi della società, i primi.

Antonella Graziani
36 anni, appassionata di storie, racconti e giornalismo. Con un’inchiesta sul traffico di esseri umani con disabilità ha partecipato al Premio Roberto Morrione per il giornalismo investigativo da cui è nato il libro “La Fabbrica dei Mostri”, edito da Kogoi Edizioni e di cui è un’autrice. Oggi lavora nel marketing e nella comunicazione.