ITALIA & BANGLADESH

Sara e Masum, “una famiglia come tutte le altre”
Photo Credit: © Stefano Romano

2010. Masum ha meno di 28 anni e dopo qualche anno di vita da migrante in Arabia Saudita decide di non tornare nel suo Bangladesh, ma di approdare in Europa – tra mille difficoltà, carte, spese. Sara di anni ne ha due di meno. Frequenta un dottorato di ricerca nella sua città natale, Roma, e lavora come insegnante di italiano per stranieri. Masum arriva in Italia e si iscrive a un corso di lingua italiana. Si conoscono lì, li fa conoscere quello che potremmo definire un colpo di fulmine.

2020. Masum e Sara hanno un figlio di tre anni e uno appena nato, un mutuo e alcuni problemi di convivenza interculturale che vanno dalla scelta del menu giornaliero, alla lingua principale da utilizzare con i figli, alla religione, passando per il togliersi o meno le scarpe prima di entrare in casa (tipicamente asiatico). Ma procediamo per gradi. Innanzitutto: Sara sono io che scrivo e Masum è mio marito, e la narrazione più comune e diffusa sulle famiglie multiculturali non fa quasi mai al caso nostro.

Esistono infatti diverse scuole narrative: quella veicolata da film melensi e romantici, che descrive lo straniero come un principe/ principessa delle fiabe, quella catastrofista del partner straniero integralista religioso, irrispettoso e incurante della società d’accoglienza (e della moglie), quella che descrive giovani e avvenenti donne (soprattutto provenienti dall’Est Europa) a caccia di onesti e ignari uomini attempati. Dal canto nostro, per la maggior parte del tempo, del nostro vissuto, dei nostri attimi tristi, dolci, felici, pazzi, siamo una famiglia come tutte le altre.

Come per tutti, l’equilibrio e il benessere familiare devono fare i conti in prima istanza con i gusti e valori personali dei due singoli che decidono di unirsi. Nel nostro caso si tratta di quelli già citati, aspetti culturali, religiosi, linguistici. Si gioca al compromesso. A volte si deve cedere, ma sempre con la consapevolezza che il tutto è per il bene di tutta la famiglia. Ci sono poi i fattori esterni, per la maggior parte i giudizi, gli occhi di gente e società. Spesso stereotipi, vedi ancora sopra.

Frequentemente siamo oggetto di sguardi e commenti, pur vivendo nel 2020 e in una grande città. A volte accogliamo con un sorriso, altre volte con nervosismi (soprattutto miei, devo dire). Capita, ad esempio, che le persone ci mettano del tempo a capire che siamo una coppia. Anche in semplici situazioni, come può essere la fila al supermercato.

Quasi sempre l’interlocuzione viene rivolta a me: “Il signore è con lei?” Capita che a me si dia del Lei, a mio marito del tu. Capita che, se sono in giro da sola con mio figlio, mi si chieda conferma che sia proprio io la madre. Capita che ci chiedano curiosi il significato del nome di nostro figlio, insinuando subito che la scelta del nome esotico sia stata opera di mio marito. E invece no, mio figlio si chiama Samir per volere di entrambi. Samir che in hindi è il vento leggero, gentile – Er Ponentino, per i romani. Lieve e delicato come noi, come la nostra presenza, come il cambiamento che a volte abbiamo l’assurda pretesa di rappresentare, con discrezione.