Donne e diversità: valorizzare i talenti invece delle quote rosa

Quota rosa. Quante cose si potrebbero scrivere, dire, analizzare sul perché ad un certo punto, e solo ad un certo punto, della storia del lavoro si sia evidenziata la necessità di una quota al femminile. Personalmente ritengo il concetto delle quote rosa un concetto che rimanda in modo inequivocabile al concetto di quantità e non di qualità.

Qualità come meritocrazia, come necessità di riconoscere la competenza e non l’appartenenza di genere.  Il rispetto di una quota minima non credo abbia a che fare con la filosofia di un lavoro fondato sul riconoscimento qualitativo di pari dignità, della lode al merito, della valorizzazione delle capacità. Il rispetto della quota rosa è il rispetto di una mentalità che non va al passo con i tempi ma che si tiene ancorata ad un pensiero maschilista che non rende merito al valore del lavoro. Valore del lavoro che non concepisce il concetto di quota maschile o femminile. Quota mi fa pensare ad una valutazione quantitativa, che mi riporta al concetto di numeri. Quante volte abbiamo detto o abbiamo sentito dire “non voglio essere considerato un numero”. Numero che non dà dignità al lavoro meritevole e talentuoso.

Valorizzazione del talento che la nostra società dovrebbe utilizzare per cominciare a muovere i primi passi verso un atteggiamento dignitoso al lavoro. Dare dignità al lavoro significa valorizzare il merito e demonizzare il disfattismo, il lassismo, la noncuranza e il menefreghismo e cominciando a valutare le donne e gli uomini come lavoratrici e lavoratori e non come conteggio di quote solo apparentemente democratiche e giuste. Non c’è quota, non c’è caratterizzazione sessuale che possa determinare la qualità di un lavoro o la giusta composizione di un gruppo di lavoro. Gruppo di lavoro che dovrebbe comporsi di competenze e non di rispetto delle quote. Competenze che non hanno a che fare con gonne o pantaloni o con fard e barba ma con talenti e capacità di pensare, organizzare, esercitare e fare.

Le pari opportunità che ancora non riescono a coniugare il femminile e ancor di più il lavoro “a colori”. Femminile “a colori” che ci porta dritti verso un ostacolo ancora insormontabile come il pregiudizio raziale. La selezione nel mondo del lavoro oggi in Italia troppo spesso ha a che fare con qualcosa che va ben oltre il colore rosa, il colore celeste o l’arcobaleno, ma ha a che fare con una filosofia del preconcetto e del pregiudizio.

Pregiudizievole è la mentalità che spinge le donne, soprattutto le mamma, a non credere di poter essere capaci di conciliare la carriera con la qualità del tempo trascorso in famiglia e per la famiglia. Troppo spesso la donna lavoratrice si sente in colpa se a causa del lavoro non può essere sempre presente nella vita familiare. Senso di colpa che viene alimentato dal mondo maschile che da sempre frena le ambizioni lavorative delle mogli, delle madri, delle sorelle, delle figlie. Senso di colpa che viene alimentato dalla complessità di una mentalità maschilista che ancora oggi troppo spesso detta le regole del gioco familiare e sociale.

“Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Garantire parità di condizioni competitive significa anche assicurarsi che tutti abbiano eguale accesso alla formazione di quelle competenze chiave che sempre più permetteranno di fare carriera – digitali, tecnologiche e ambientali” ha detto il Premier Mario Draghi nel suo primo intervento al Senato per il voto di fiducia al nuovo governo.

Oggi più che mai le donne hanno bisogno di scrollarsi di dosso il senso di colpa rispetto ai figli e alla famiglia e appropriarsi del diritto di essere valutata per il talento, il merito e la capacità e non per l’appartenenza di genere e per la cultura di appartenenza. Solo in questo modo si compiranno passi avanti verso la costruzione di una politica, di un’economia, di una società di parità e inclusione delle diversità, tutte.

(Photo Credit: ©Agensir)

Di Maura Ianni

Psicologa clinica, psicoanalista, docente universitario di psicologia generale. Specializzata in psicologia giuridica e in psicologia oncologica. Docente di teorie e tecniche delle dinamiche di gruppo presso la scuola di specializzazione APA di Chieti. Cura una rubrica settimanale sul quotidiano La Città, Il Resto del Carlino, oltre alla sua rubrica Sinapsi Letterarie sulla radio web Vox Mundi. Collabora con L’Opinione online.