DAPHNE DI CINTO: “STOP AGLI STEREOTIPI. VALORIZZIAMO LA NOSTRA UNICITÀ”

E’ impegnatissima su più fronti, giorno e notte. È un vulcano di idee e in questo periodo di fermo per la pandemia non ha mai scritto così tanto. Al telefono ha una voce dolce, avvolgente e decisa, carica di energia. A W ALL WOMEN MAGAZINE l’attrice, scrittrice, sceneggiatrice e regista Daphne Di Cinto racconta con entusiasmo del suo ultimo lavoro: il cortometraggio “Il Moro”, girato a Dozza, in provincia di Bologna, ora in post produzione. “Sono sceneggiatrice e regista di questo progetto sulla figura di Alessandro de’ Medici, duca di Firenze, di cui pochi sanno che era un mixed-race (infatti veniva chiamato Il Moro, ndr)” dice Daphne, grata per il cast di attori bravissimi che ne sono protagonisti, come Alberto Boubakar Malanchino, Paolo Sassanelli, Andrea Melis e Lorenzo Tronconi. 

Daphne sul set di “Il Moro”

Daphne è carica anche per la sua ultima esperienza fantastica, questa volta da attrice: nella serie Netflix che spopola, Bridgerton, ha interpretato la parte della madre del protagonista, l’amatissimo René-Jean Page. “Anche se il ruolo era piccolo, è stata una grande opportunità poter recitare in un progetto di Shonda Rimes, uno dei miei miti. Sono particolarmente contenta di aver fatto parte di un progetto che ha aperto porte al mondo che voglio vedere, fatto di una grande diversità di personaggi, di storie” ci dice l’attrice nata a Lugo, in provincia di Ravenna, da padre romagnolo e madre delle Seychelles. “Basta vedere figure femminili subalterne, la narrazione deve cambiare e Bridgerton lo ha fatto dedicando un’attenzione particolare al posto che hanno le donne. Donne coscienti, che non lasciano passare nulla agli uomini, non si lasciano bistrattare e prendono le proprie decisioni affidandosi alla propria testa” sottolinea Daphne. Queen Charlotte era mixed-race, un personaggio vero intorno al quale è stato costruito un cast di personaggi da fiction con tanti volti diversi: per la giovane protagonista, questa scelta cinematografica ha reso la storia più interessante e incredibilmente bella da vedere, un prodotto in cui ogni persona può rispecchiare se stessa. In merito alle polemiche e critiche che hanno accompagnato l’uscita di Bridgerton, Daphne le valuta come “sterili. Chiedersi perché i personaggi sono neri è la domanda sbagliata. Chi solleva questa questione sembra convenientemente dimenticare secoli di white washing”.

Daphne in Bridgerton

I due ultimi progetti cinematografici a cui ha lavorato Daphne ci riportano inevitabilmente al tema di grande attualità della narrazione delle diversità, delle violazioni dei diritti degli afrodiscendenti ovunque nel mondo, sulla scia delle proteste Usa e poi globali di Black Lives Matter. “Secondo me BLM è stato importantissimo: ha smosso la coscienza di generazioni, di persone non solo appartenenti al gruppo specifico. Non credo che sarà un effetto moda. Voglio sperare sia l’inizio di una presa di coscienza globale importante” ci dice l’intervistata.  BLM ha avuto una particolare incidenza sulla stessa Daphne, toccando corde intime ed interiori. “Ha scoperchiato il mio vaso di Pandora. Quando mi sono ritrovata alla prima protesta, ho visto tutte queste persone di ogni colore, lì per la stessa ragione, per una situazione che mi riguarda, per cose che ho subito per una vita intera, che ho dovuto mandare giù, a volte incoscientemente. Mi sono resa conto che queste cose non erano ok, come invece mi sono detta tante volte. Certe cose non dovevano succedere e non devono più succedere” ci confida la regista con una certa emozione nella voce. Durante le proteste di BLM ha realizzato come non mai prima l’importanza di fare sentire la sua voce e che sarebbe stato davvero importante essere più vocale invece di far finta di nulla: “Non si risolve la questione girandosi dall’altra parte. Non possiamo aspettarci che sia sempre qualcun altro a prendersi cura delle cose. Ho deciso attivamente di far sentire la mia voce in merito, ma la voce di ognuno è importante, sia che ci riguardi direttamente o meno”.

In questo percorso di consapevolezza acquisita, di battaglie di umanità e civiltà, gli artisti sono chiamati in causa per dare un loro particolare contributo. “Sono anche sceneggiatrice, scrivo tante parti che non sono solo per persone bianche. È giunta l’ora di smettere reiterare certi stereotipi. Il mondo sotto i nostri occhi ci mostra ben altro: basta saperlo guardare con attenzione, ma soprattutto avere più rispetto, informarsi per avere una migliore conoscenza delle persone e dei fatti” insiste Daphne, auspicando anche una maggiore apertura della sfera creativa a chi ha un background migratorio.

Daphne in veste di regista

Per raccontarci del suo percorso formativo e professionale Daphne fa un salto nel passato, in una narrazione, la sua, molto visiva e coinvolgente. Ci dice, ridendo, di essere cresciuta in campagna, un po’ come Mowgli, in mezzo ad animali ed alberi, ma poi quella realtà ha cominciato a sentirsela stretta. Si presenta come una bambina strana che alle elementari stava in un angolo a leggere un libro, anzi divorava libri come se fossero caramelle e scriveva storie. La sua grande passione. La svolta è arrivata alle superiori con la professoressa di italiano, Pierangela Ravagli, che portava la sua classe, un po’ scalmanata, a studiare letteratura in teatro. “Solo sul palcoscenico mi sentivo me stessa al 100% e per me l’emozione più grande era sentire di toccare le persone, l’audience. Recitando avveniva uno scambio profondo col pubblico, i nostri cuori si toccavano. È proprio allora che ho pensato di voler fare questo sempre” continua Daphne. Inizialmente i suoi genitori non erano per niente contenti di quella scelta, ma poi hanno capito che non l’avrebbero spuntata, quindi hanno sostenuto la figlia. “Oggi sono contenti di vedere i miei lavori però, probabilmente, mio padre preferirebbe che fosse diventata una economista o una scienziata” dice ancora la filmmaker.

A 19 anni si è trasferita a Roma poi Parigi, New York e Londra. Nella Grande Mela ha studiato agli Actors Studio, integrando la sua formazione con diversi metodi, approfondendo quelli che ha ritenuto più idonei per riuscire ad esprimersi al meglio sul palco e davanti alle telecamere. Se Roma rimane la sua città del cuore, New York è stato il posto che l’ha segnata maggiormente. Ci descrive la Grande Mela come un luogo che offre un’incredibile varietà di opportunità, che ti fa incontrare infinite tipologie di persone, il tutto ad un ritmo davvero frenetico. È a New York che Daphne ha trovato la sua identità italiana, con la quale prima litigava. “Mi sento italiana culturalmente, sono cresciuta qui, ho la passione per cose prettamente italiane: la storia dell’arte, la cultura, il Rinascimento. In me, però, c’era un dualismo per come mi sentivo di fronte agli amici, per come gli altri mi guardavano. Ho sempre dovuto giustificare il fatto di essere italiana con i miei connazionali, una cosa aggravante. E alla domanda di dove sei, la mia prima risposta non andava mai bene e qualche volta mi è stato anche chiesto di far vedere il mio documento!” riferisce Daphne tutto di un fiato. Così, dalla profonda campagna romagnola, con un pizzico di sana ribellione e tanta voglia di scoprire il mondo, ha deciso di trovare il posto fatto per lei, consono alla sua doppia identità. In parte lo ha trovato proprio a New York, città multiculturale per eccellenza dove puoi essere quello che vuoi. Per Daphne si è aperto un altro processo conoscitivo e di esperienze: oltre ad avere scoperto la sua identità italiana, ha imparato cose nuove, ha assorbito quegli aspetti delle altre culture che le piacevano, conoscendole dall’interno, miglior modo per non cadere negli stereotipi, per non etichettare gli altri. Dagli anni vissuti oltreoceano, Daphne si porta dentro un immenso bagaglio multiculturale ed umano che sono andati a completare armoniosamente la sua identità. Ora vive tra Londra, la sua base, e l’Italia e quando torna nella sua terra di origine, apprezza come non mai la campagna, lo spazio, lo stile di vita più tranquillo e la bellezza di Ravenna. “Dico sempre che ho girato il mondo per imparare a capire quanto amo casa, il posto in cui sono nata, dove ora torno più volentieri” continua l’attrice-regista, impegnata in una serie sulla multiculturalità di cui non ci dice di più proprio perché progetto in cantiere.

In relazione al momento particolare che stiamo vivendo – la pandemia di Covid – a Daphne manca moltissimo viaggiare, ma le manca anche la spensieratezza. In compenso è felice per il tempo che le ha offerto: tempo per poter rallentare, per prendere coscienza di se stessa, per mettere meglio a fuoco quello che è davvero importante e per scrivere, scrivere tantissimo. Una crisi che, secondo lei, è anche portatrice di un messaggio: non c’è più spazio per gonfiarsi col proprio Ego – anche se un pizzico serve per fare arte, ma giusto quel che basta – e bisogna essere tutti uniti per far sentire le proprie voci all’unisono. “Da quando ho capito che il successo altrui non significa il fallimento mio, mi si è aperto un mondo, indubbiamente migliore. Facendo questo lavoro ho anche trovato quella che è la mia famiglia allargata in cui se vince uno vincono tutti. Personalmente se voglio arrivare a certi livelli, è per aprire le porte a chi sta dietro di me” continua Daphne. Ai ragazzi che vogliono intraprendere la carriera cinematografica, consiglia di non avere paura, di avere fiducia nelle proprie capacità, di essere molto preparati, di studiare, imparare dagli altri con umiltà e di avere tanta resistenza poiché non è un lavoro facile. A maggior ragione quando si è donna e con un background mixed-race. “Non sentite di dovervi adattare per rispondere alle richieste di nessuno, piuttosto imparate a valorizzare la vostra unicità”: è questo il messaggio che Daphne rivolge ad ogni ragazza, ad ogni donna, come chiave della conquista della propria identità multiculturale.

Di Véronique Viriglio