ANTONELLA FERRAIOLO GINECOLOGA, “ACCOGLIERE E ASCOLTARE TUTTE LE DONNE”

Antonella Ferraiolo è Dirigente Medico dell’Unità Operativa di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova. Una donna medico, in prima linea con le donne e per le donne di tutte le età ed origini, che nel corso della sua lunga esperienza ha anche accolto e curato delle migranti, restituendoci le loro voci in un libro-testimonianza: “Antikka”. Antonella racconta storie vere di “donne sbarcate”, quelle donne che tra mille difficoltà sono approdate in Italia dopo i vari viaggi della speranza in partenza dal continente africano. Un libro scritto anche con la speranza che la sua esperienza possa essere un esempio di ascolto ed accoglienza. “Queste pagine aiutano a rivedere l’importanza e la bellezza delle relazioni, quando ci lasciamo coinvolgere” ha scritto il Cardinale Bagnasco nella prefazione.

 “Ascoltare, accogliere, comunicare, questo oggi dovrebbe fare il medico, però nel nostro corso di studi non ti viene insegnato e pertanto devi fare ricorso alle tue attitudini personali, alla tua sensibilità. Sono certa che in molti casi possiamo “curare” più con le parole che con i farmaci, basta guardare le motivazioni che spingono le donne a venire in pronto soccorso”: è questo il messaggio che la ginecologa genovese ha affidato a W ALL WOMEN MAGAZINE durante un’intensa conversazione in occasione della Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili, commemorata lo scorso 6 febbraio.

Antonella, sei una Donna in prima linea. Parlaci del tuo lavoro di ginecologa.

Credo che la nostra sia una professione privilegiata perché abbiamo la fortuna di essere parte del progetto più importante al mondo che è l’origine della vita, dal concepimento alla nascita, ed è incredibile come questo momento riesca ancora ad emozionarmi.  E’ una situazione unica…Riesci quasi sempre ad instaurare un rapporto di complicità con le donne che magari poi non rivedrai più, però loro di te si ricorderanno sempre! Mi capita spesso di incontrare giovani mamme che mi fermano per strada e mi indicano ai loro bambini dicendo “Vedi lei è la prima ad averti vista!”. Io spesso non ricordo più nulla, ma è una grande soddisfazione che loro mi riconoscano e si ricordino di me in un momento così importante della loro vita. Ovviamente non sempre sono gioie. A volte le cose nonostante il nostro impegno non vanno come dovrebbero: questo è l’aspetto più drammatico della nostra professione. E’ complicato fare accettare un evento avverso a una coppia giovane e sana, però purtroppo succede e per noi operatori sanitari questa situazione rappresenta un momento molto frustrante e di grande grande difficoltà. Il nostro è un lavoro fisicamente faticoso e i turni notturni, soprattutto per me che non sono più così giovane, sono stancanti e molto stressanti. In realtà la stanchezza non la avverti mentre “sei sul campo” perché hai in circolo l’adrenalina che ti dà carica, sono le ore successive al turno quelle più difficili, non riesci a recuperare velocemente la stanchezza e se la notte è stata particolarmente impegnativa ti porti a casa dubbi, pensieri e preoccupazioni. Fortunatamente io lavoro in un Ospedale Universitario, pertanto siamo sempre affiancati da giovani specializzandi e devo dire che questa è per noi una fortuna perché loro riescono a trametterti entusiasmo e poi sono sempre carichi di idee e progetti che ti permettono di sognare e crescere insieme a loro. Sì devo dire che la loro presenza rappresenta per noi un grande stimolo e una grande forza, oltre che un grande aiuto. Negli anni il modo di svolgere questa professione è totalmente cambiato, l’informatizzazione ad esempio ha sostituito le cartelle cliniche cartacee, ogni nostra iniziativa è tracciata, ogni farmaco per essere somministrato deve essere prescritto su un programma informatizzato mentre una volta era sufficiente comunicare le cose oralmente alle infermiere e poi eventualmente annotarlo in cartella.  I programmi informatici cambiano spesso e anche per questo avere accanto dei giovani è fondamentale.

Antonella Ferraiolo al lavoro in ospedale

Lavori in ospedale su turnazioni, fai le notti e sei in servizio anche nei giorni festivi. Come sei riuscita a conciliare la professione con la famiglia?

Ho due figli di 24 e 23 anni bisognerebbe chiedere a loro! Sono riuscita a conciliare la mia professione con la famiglia grazie ai tanti aiuti, però ho sempre avuto la sensazione che la mia organizzazione fosse molto fragile perché basata su esecutori prezzolati non sempre particolarmente diligenti mentre io restavo sempre la sola “mente pensante” e questo era molto faticoso perché il mio cervello non era mai completamente concentrato sul lavoro. C’era una parte della mia testa che pensava a quello che stava succedendo a casa: ad esempio mi sono scordata di comprare i pannolini, oppure Bianca ha il catechismo alle 18 invece che alle 17 e ancora Paolo va a casa di Matteo dove dormirà e non gli ho fatto preparare il cambio. Insomma piccoli contrattempi, cose che però al momento ti creano disagio, ti distraggono e a volte ti fanno sentire in colpa. A queste difficoltà organizzative si è aggiunto il fatto che per 10 anni mio marito, che svolge la stessa mia professione, ha lavorato in un’altra città, ma ora sta anche lui in un altro ospedale genovese. Nonostante questo mi ha sempre sostenuto e ha sempre cercato di essere presente, condividendo tutti i momenti più importanti della vita dei nostri figli.

Nel tuo settore, le professioniste vengono riconosciute, valorizzate, promosse oppure anche in ambito sanitario domina il maschilismo?

Mi chiedi se domina il maschilismo? Fammi pensare… In effetti devo dire che nella nostra regione non esiste un Primario donna. Credo, però, che le cose cambieranno: ormai sono più le donne rispetto agli uomini che scelgono o meglio riescono ad entrare nella scuola di specialità di ostetricia e ginecologia, pertanto le porte della sala operatoria e della chirurgia si stanno aprendo anche a loro e sono certa che nei prossimi vent’anni anni lo scenario si trasformerà.

Hai avuto e hai in cura molte donne straniere, immigrate in Italia. Come ti relazioni con loro? Quali sono le problematiche più diffuse, i tabù?

Sono responsabile di un Ambulatorio Ostetrico ad alta Complessità Assistenziale dedicato a tutte le pazienti ostetriche particolarmente critiche o, come vengono definite, ad alto rischio. Questo ambulatorio è frequentato da molte donne straniere che provengono da Nigeria, Sudamerica, India, Paesi nord africani. Con alcune di loro, ad esempio le sudamericane, è semplice comunicare ed anche la gestione non è particolarmente complessa. Forse la problematica principale è legata o alla giovane età delle mamme, a volte quasi adolescenziale, oppure a situazioni famigliari complicate. Ormai la nostra è una società multietnica e questo comporta che noi dobbiamo conoscere e rispettare le altre culture. Ti faccio un esempio: sappiamo che durante il periodo del ramadan viene osservato digiuno sino al tramonto e noi questo lo abbiamo accettato anche per le donne in gravidanza, anche se riteniamo che non sia salutare per loro. Imparare da altre culture è comunque sempre una cosa positiva, dobbiamo essere aperti, tolleranti.

Forse le pazienti nigeriane sono le più complesse, non solo per la barriera linguistica che ci separa ma anche per la diffidenza che spesso mostrano nei nostri confronti. La maggior parte di loro non sa leggere, né scrivere, non è mai andata a scuola. A volte arrivano da villaggi sperduti di cui a stento ricordano il nome e neppure sanno indicartelo sulla carta geografica. Se riesci a stabilire una relazione con loro e impari a comprenderle, ti sorprende la loro determinazione.  Molte di loro riescono a raggiungere il nostro paese in condizioni estreme e sfidando l’impossibile. Certo a volte mentono, mentono a cominciare dai loro dati anagrafici, le loro storie sono sempre un po’ confuse ed è molto complicato raccogliere i dati anamnestici perché diventano madri senza spesso essere state figlie… nel senso che hanno perso presto i loro genitori. Questo mi ha spinto a conoscerle e a scrivere le loro storie. Ho deciso di scrivere per avvicinarmi a loro.

La tua esperienza con le donne con background migratorio è confluita in un libro. Com’è nato il progetto? Quali sono i messaggi che vuole lanciare?

Alcuni anni fa arrivavano nelle nostre coste tantissimi migranti e una parte di questi veniva mandata a Genova. Lavorando io in un grande Ospedale, le donne più critiche venivano portate nel nostro pronto soccorso ostetrico e quando arrivavano sapevamo che ci aspettava un lavoro molto lungo, delicato, difficile. Come racconto nel libro è proprio in una di queste situazioni che ho deciso di scrivere. E’ strano quello che mi è successo. Era un giorno qualunque, ero di guardia da oltre 10 ore, era stata una giornata particolarmente faticosa, una di quelle giornate che non vedi l’ora che finiscano! Quando mi hanno chiamato in pronto soccorso dicendomi “Dottoressa per favore venga, è arrivata una di quelle…una sbarcata…” In quel momento ho pensato che non avevo la forza né la lucidità per affrontare una situazione complicata, con una donna diffidente, che non parlava la mia lingua che magari mi avrebbe anche maltrattata. E proprio quando mi sono trovata di fronte a lei, quando ho raggiunto il massimo della mia insofferenza ed intolleranza che qualche cosa è cambiato. Non so dirti, era una situazione quasi surreale: quella donna era una persona speciale. Mi sono trattenuta a fatica dal piangere davanti ai colleghi.  Così ho deciso di fare con loro un progetto, aiutata dalle operatrici dei centri sociali, persone davvero speciali. Ho incontrato alcune di queste donne migranti che hanno avuto voglia di raccontarmi la loro vita mentre altre lasciavano intuire solo alcuni stralci, difficili. Avevo promesso che se fossi riuscita a scrivere un libro avrei devoluto i miei diritti d’autore al Centro di accoglienza che le aveva accolte, ed è proprio quello che è accaduto. Ero interessata a conoscere il loro mondo, ad entrare nella loro infanzia, nelle loro vite, volevo sapere di loro. E’ stata una esperienza straordinaria, non avevo mai scritto un libro ma quando la sera mi trovavo a dovere mettere insieme i loro racconti, tutto era facile, le storie uscivano rapide dalla mia mente, per questo spesso dico che il libro si è scritto da solo! Queste donne non erano più delle entità metafisiche, delle “migranti”, erano persone, avevano un nome, avevano storie da raccontare, erano donne fuggite chi dalla guerra, chi dalla fame e chi anche per amore. La cosa che più mi ha sorpreso è che avevano sogni, speravano in una vita migliore per loro e per i loro figli, ma non erano in grado di fare progetti, non avevano obiettivi da raggiungere ma solo sogni e speranze. Ho pensato ai nostri figli per i quali noi facciamo progetti di vita da quando sono nel nostro grembo, rendendomi conto come non mai prima che il destino di ognuno di noi è condizionato dal luogo in cui si nasce.

Lo scorso 6 febbraio è stata la Giornata mondiale contro le mutilazioni femminili. Nella tua attività di ginecologa hai seguito o curato donne che ne hanno subite? Quali sono i danni delle mutilazioni sul corpo e nell’anima delle ragazze/donne sottoposte a tale pratica?

Il 6 febbraio è stata la giornata mondiale per le MGF e noi come policlinico San Martino abbiamo organizzato una serie di iniziative per informare e sensibilizzare l’opinione pubblica a questa grave problematica non ancora completamente risolta. Il prossimo 28 giugno invece, sperando di poterlo finalmente realizzare in presenza, abbiamo in programma un convegno intitolato “Ferite nascoste. Le MGF tra rito e offesa”. Con la partecipazione di varie figure professionali si affronteranno le complicanze non solo fisiche ma anche psicologiche a cui vanno incontro queste donne, verrà fatto il punto sulla legislazione nazionale ed internazionale nei confronti di tale tematica. Stiamo anche svolgendo tra gli operatori sanitari una indagine volta a evidenziare il grado di conoscenza e di sensibilizzazione verso tale problema e i risultati verranno portati e discussi in tale occasione.

In Italia e in Occidente in generale, l’età media del primo rapporto sessuale si è abbassata; i comportamenti e le pratiche sessuali sono cambiati… Quali sono i rischi su questo fronte? Quali consigli daresti ai ragazzi e ai loro genitori?

Le abitudini sessuali?  Mi sembra che ci sia maggiore consapevolezza specie tra le giovani italiane, circa la possibilità di contrarre infezioni attraverso rapporti sessuali non protetti e pertanto l’uso di mezzi protettivi di barriera tipo il profilattico in caso di rapporti occasionali mi pare abbastanza diffuso.  E’ vero che l’età del primo rapporto si è molto abbassata, questo però ormai lo vediamo da diversi anni, non sono in grado di capire il grado di consapevolezza che questi giovani possono avere a 13/14 anni. Un altro cambiamento di questi ultimi anni è quello relativo alla contraccezione postcoitale, ovvero la pillola del giorno dopo. Ora il farmaco può essere acquistato senza ricetta medica direttamente nelle farmacie, le ragazze non devono più passare attraverso un ambulatorio o un pronto soccorso, pertanto non sappiamo quale è attualmente la richiesta. Credo che sia un passo avanti importante perché prima erano sempre le donne, spesso giovanissime, che ci “mettevano la faccia” nel senso che venivano a chiedere la ricetta e spesso erano a disagio, si vergognavano molto… ogni tanto venivano accompagnate dai fidanzati che io definivo ironicamente “spettatori innocenti”.

Come la pandemia di Covid-19 ha cambiato il tuo lavoro e l’attenzione delle pazienti verso la propria salute? Quale appello rivolgi alle donne, alle ragazze che magari in questo ultimo anno non si sono controllate?

Il Covid è vero ha cambiato molto della nostra vita e delle nostre abitudini, però durante il lockdown, quando non era consentito l’accesso ai mariti in sala parto e neppure in degenza, a parte un primo momento di scontento e malumore da parte delle coppie, la presenza di poche persone in sala parto ha restituito molta intimità al momento e alla fine erano poche le donne che chiedevano di utilizzare l’IPAD (servizio che ci eravamo inventati!) per collegarsi durante il travaglio di parto ai mariti. Sicuramente lo scorso anno nonostante gli sforzi fatti per non chiudere i servizi, sono calati i numeri di controlli, soprattutto il numero delle donne che si sono sottoposte a pap-test. Gli Ospedali e gli ambulatori garantivano solo prestazioni cosiddette “indispensabili ed inderogabili”, come il controllo del benessere materno-fetale in gravidanza, ma molte donne avevano paura di infettarsi e pertanto saltavano le visite di controllo.

di Véronique Viriglio