25 Novembre: la pandemia aggrava le violenze alle donne

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dalle Nazioni Unite nel 1999, per W la psicoterapeuta Alexia Di Filippo analizza il fenomeno in tutte le sue manifestazioni: per affrontare efficacemente questo flagello bisogna prima conoscerlo.

Dall’intervista emergono proposte concrete per contrastare questo che è a tutti gli effetti uno stillicidio, per aprire spiragli di speranza verso una convivenza di maggiore rispetto tra donne e uomini.

Romana, classe 1972, la Dottoressa Di Filippo si è laureata alla Sapienza nel 1997 in Psicologia dello sviluppo e dell’educazione, con 110 e lode, specializzata in Self Analisi Bioenergetica con il massimo dei voti e in Psicologia clinica strategica. Esercita a Roma presso il suo studio e ora accompagna i suoi pazienti anche con un intervento a distanza. Oltre ad una serie di pubblicazioni su testate scientifiche, è anche una divulgatrice: scrive di costume e società con una attenzione speciale alle donne sul magazine online Dol’s ed è ospite fissa alla radio-Tv Cusano. Per tutto il periodo dell’emergenza sanitaria si è particolarmente impegnata sul versante della corretta informazione, della prevenzione del disagio psichico, della violenza di genere, del panico di massa e del contagio emotivo.

Quest’anno il 25 Novembre ricorre nel mezzo di una crisi sanitaria che ha senz’altro complicato l’esistenza di molte donne. Quali sono i numeri delle violenze? Qual è la sua lettura?

E’ una ricorrenza in un contesto assolutamente particolare, quello della pandemia di Covid-19. In base ai dati diffusi dal Viminale sappiamo che gli omicidi di donne sono triplicati durante la prima ondata, con un femminicidio registrato ogni due giorni in ambito intrafamiliare. Tra marzo e giugno 2020 sono raddoppiate le chiamate al numero di emergenza 1522. Le denunce, invece, si sono ridotte dal 16,6% prima del confinamento al 12,9% durante. Come già valutato da più parti, in Italia il femminicidio costituisce attualmente il vero allarme in materia di sicurezza, mentre gli altri omicidi sono diminuiti durante il lockdown. Per me si tratta di dati purtroppo prevedibili: se prima le donne riuscivano a sopravvivere a determinate situazioni di maltrattamento, durante il confinamento si sono ritrovate chiuse in casa con i propri aguzzini. Dinamiche relazionali già violente prima della quarantena, a causa dell’isolamento forzato si sono amplificate e in alcuni casi sono esplose con risvolti drammatici.

Negli ultimi anni i femminicidi sono in costante aumento. Perché non funzionano i provvedimenti varati finora?

Il trend è effettivamente in aumento, segno che le risposte attivate a più livelli ancora non funzionano.

Tanto per cominciare sul piano politico: in Italia le donne che in 3 casi su 4 portano l’intero carico della famiglia sulle proprie spalle, non vengono aiutate. Ad oggi non c’è un vero e proprio Welfare per la famiglia, dalla cura dei bambini a quella degli anziani.

Quando guardiamo al mondo del lavoro la situazione é assai scoraggiante. In Italia il 60% dei laureati sono donne, quindi sono più istruite degli uomini, eppure – secondo dati Istat e Eurostat – il nostro Paese è fanalino di coda in Europa per l’occupazione femminile, al 49,5%. Le aziende preferiscono assumere e riconoscere avanzamenti di carriera ai  lavoratori uomini poiché più ‘gestibili’ in quanto non hanno lo stesso carico famigliare che invece grava sulle donne. Sul versante del lavoro, la situazione delle donne si è ulteriormente deteriorata a causa della pandemia che ha fatto perdere posti, soprattutto nell’economia sommersa, di conseguenza toccando maggiormente le lavoratrici.

Alla base del problema delle violenze alle donne c’è anche la cultura dominante, retriva e maschilista, che molto spesso considera come unico valore della donna la sua avvenenza fisica o il suo ruolo da nutrice, ovvero di moglie e madre. L’enfasi posta sulla bellezza è la nuova trappola, il burka delle donne occidentali, une vera e propria mela avvelenata. Malgrado le conquiste delle nostre madri e nonne, complici i media e i Social la nostra è una società dell’apparire in cui per le donne vige l’obbligo di essere belle per essere accettate. Sintomatico in tal senso il fatto che l’Italia sia il quarto Paese al mondo per numero di interventi di chirurgia estetica (dietro a Stati Uniti, Brasile e Giappone), quasi mezzo milione l’anno. Un dato che fa emergere un paradosso: c’è un iperinvestimento nell’esteriorità, in forme di bellezza artificiali nonostante il reddito femminile in Italia sia mediamente più basso rispetto a quello percepito dalle donne in altri paesi occidentali.

Come se non bastasse, proprio sull’aspetto fisico delle donne si scatenano forme di violenze molto gravi, veicolate essenzialmente dai Social. Penso in particolare al body shaming, che ha assunto proporzioni tali da richiedere un’estensione della legge sul cyberbullismo, diventando un reato a tutti gli effetti e per il quale è stato istituito un apposito numero per le vittime, il 114. Considerare il proprio corpo come un accessorio, come l’unico valore spendibile da una donna, dà la misura della mercificazione del corpo femminile e del fatto che la bellezza sia percepita in molti casi come il suo unico punto di forza.  

E’ sconvolgente poi constatare che siano proprio le donne a scagliarsi contro le altre donne. Per me siamo di fronte a forme di misoginia interiorizzata che hanno costi altissimi. Infatti molte donne finiscono per percepirsi e definirsi con le stesse espressioni denigratorie altrui qualora non raggiungano gli standard estetici imposti dagli uomini. Questa percezione denigratoria predispone le donne a soffrire di disturbi alimentari, dell’immagine corporea e dell’umore. Recenti studi dimostrano che già a 6 anni le bambine assumono questa propensione ad autogiudicarsi negativamente. Questo è un dato davvero allarmante che testimonia quale grave danno possano provocare gli stereotipi sulla bellezza femminile così come i cannoni estetici imposti dal genere maschile.

Oltre a quella fisica che può sfociare in omicidi, le donne sono vittime di tante altre forme di violenza. Quali sono?

Sì sono tante le forme di violenze subite, che spesso nascono dalle parole, veicolo di offese, stereotipi di genere, ma anche svalutazioni e colpevolizzazioni. Ci sono anche atteggiamenti più o meno sottili di sopraffazione dell’uomo nei confronti della donna. Ad esempio non è infrequente che nel corso di una discussione con una donna quando si trova in difficoltà, l’uomo ricorra ad insulti sessisti oppure ad un atteggiamento minaccioso come a voler rimettere la donna al suo posto con la sopraffazione invece che con il dialogo.

Poi ci sono tutte quelle volte in cui la donna viene squalificata o criticata con espressioni cariche di misoginia, perché ad esempio svolge un’attività considerata ad appannaggio dell’uomo. Rimanendo in ambito professionale, anche se le donne sono più istruite degli uomini, spesso sono demansionate ingiustamente e non retribuite in misura pari a loro per lo stesso incarico. Anche questa è violenza. Altrettanto grave non essere messe nelle condizioni di non potere attendere ai propri obblighi famigliari senza che questo implichi delle penalizzazioni lavorative. 

Ma è nella vita privata che si consuma la violenza più grave e anche quella ha origini nelle parole, come accade nelle relazioni tossiche, culla del maltrattamento intrafamiliare e del femminicidio.  La relazione tossica ha un suo decorso prevedibile. Generalmente comincia con un corteggiamento assiduo, un grande riconoscimento della donna che viene studiata e scelta a tavolino – solitamente per la sua disponibilità, la sua bontà d’animo – viene ricoperta di attenzioni. In un secondo momento la donna viene svalutata dal partner che la porta a dubitare delle proprie percezioni (gaslighting), viene isolata, confusa, colpevolizzata, finendo in balia del suo aguzzino, in una escalation di accuse e di una gelosia devastanti. Non è infrequente che si senta dire che è colpa sua se viene maltrattata.  La relazione tossica é quindi caratterizzata da una elevata e aperta conflittualità, da una mancanza di rispetto, di sostegno reciproco ed empatia ma soprattutto é segnata dal sopruso di uno sull’altro. Solitamente l’uomo isola la partner per poter operare indisturbato, erodendone la personalità, generando ed alimentando una attanagliante dipendenza psicologica a causa della quale la donna fatica ad uscire dalla relazione.  Nel caso riesca a farlo, spesso chiedendo aiuto, il partner abusante farà di tutto per non perderne il controllo e qualora abbia l’impressione che la vittima gli sfugga, può esercitare gravi atti di violenza fino al femminicidio.

Esistono anche altri fenomeni di maltrattamento agiti attraverso i social come lo slutshaming che consiste nella colpevolizzazione della donna per i suoi costumi sessuali, per le sue abitudini sentimentali e per il suo modo di vestire. In altri termini é un maltrattamento che mira a farla vergognare  dandole della poco di buono. Spesso ciò accade alle vittime di stupri ed è emblematico di quanto odio ci sia contro le ragazze, contro le donne.

Tra le tante forme di violenza particolarmente odiose veicolate sui social media che arrivano a colpire la donna nella delicata sfera delle propria intimità c’è il sexting, ovvero la richiesta di foto intime che poi vengono pubblicate e diffuse, e il revenge porn, con rapporti sessuali filmati e i cui video vengono poi pubblicati per vendetta, ad esempio quando l’uomo viene lasciato. L’ultima frontiera dell’ orrore è la pratica del pull a pig tra ragazzi che consiste nel fingersi innamorati di una coetanea per poi beffarsi dei suoi sentimenti con altre persone.

Tutte queste forme di violenza possono potenzialmente portare le vittime a provare una tale vergogna per la violazione della propria intimità, dei propri sentimenti, della propria dignità di essere umano, da spingerle al suicidio.

Dottoressa, é noto il suo impegno a favore dei diritti delle donne, dei bambini e dei ragazzi: quando e perché ha deciso di dedicarsi a loro? Quali soluzioni propone per le problematiche femminili che abbiamo esposto?

Da quando mi sono laureata oltre vent’anni fa mi sono interessata in qualità di Psicologo dello sviluppo ed educazione delle problematiche delle madri e delle bambine nel loro non semplice percorso di crescita che mi appariva irto di difficoltà a partire dalla scuola, dove a lungo ho operato in progetti di promozione del benessere e prevenzione del disagio psichico. Evolvendo professionalmente, specializzandomi in Self Analisi Bioenergetica ho cominciato ad intervenire sui disturbi di personalità che spesso sottendono alla violenza di genere e ho prestato la mia competenza professionale per il sostegno e la terapia di donne e bambini vittime di maltrattamenti e violenze.

Da qualche anno, inoltre, ho sviluppato un metodo per il benessere psicocorporeo dal nome Bioenergetidanza che è frutto di anni di ricerca ed è stato pubblicato su rivista scientifica. Si propone di riconciliare le persone col loro essere natura, mettendole in profondo contatto con il corpo, con i loro sentimenti, con la realtà della loro vita in relazione le une con le altre. Il riscontro ottenuto da Bioenergetidanza testimonia il compiersi di un profondo abbraccio della mente col corpo, dell’uomo col suo essere natura, dell’individuo con l’alterità e del maschile col femminile.

Secondo lei come uscire da tutta questa violenza, piaga per l’intera società?

La nostra società considerata tanto progredita, in verità è molto maltrattante e profondamente inospitale per la donna, ma anche per l’uomo. Le società neoliberiste nelle quali viviamo si fondano sull’individualismo, anche perché le opportunità sono poche e non bastano per tutti. Di fatto le persone vengono sempre messe in competizione in tutti gli ambiti e ciò genera una profonda infelicità, sia nelle donne che negli uomini. Entrambi vengono considerati solo come consumatori ed al tempo stesso come merci. A questo quadro poco edificante si aggiunge il diktat dell’apparenza, della bellezza: siamo bombardati da immagini, anche digitali, che peggiorano ulteriormente la situazione. Basti pensare alla sessualizzazione precoce del corpo delle bambine, che dà la misura della situazione nella quale ci troviamo.

Se ne esce rimettendo al centro l’affettività al posto dell’apparenza, dando la priorità alle vere necessità delle persone. Va anche promosso un welfare per le famiglie che consenta finalmente alle donne di accudire i propri famigliari, di lavorare ed accedere alle alte cariche  proprio perché ne hanno le competenze.

Per le donne il primo passo da compiere è invece quello di respingere per prime certi modelli estetici che le riducono ad un mero oggetto di consumo, ad una merce. Poi non devono avere paura di chiedere aiuto: se nel loro ambiente nessuno può aiutarle, allora devono rivolgersi ad uno specialista e alle istituzioni che stanno implementando servizi e risposte, seppur ancora da migliorare.

Tutte le dinamiche disfunzionali che abbiamo analizzato non fanno stare bene nessuno: sono moltiplicatori di infelicità e separazioni. Dobbiamo tutti insieme adoperarci affinché i due sessi possano finalmente incontrarsi su nuovi territori di comprensione, di rispetto reciproco e di collaborazione che porteranno il frutto di una nuova intesa carica di speranza per il futuro.

di Véronique Viriglio

Photo credit: © in copertina Denitza Tchacarova/Wikimedia Commons/CC (manifesto contro violenze alle donne in Russia). Nel testo foto di Alexia Di Filippo